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E se quest’anno sotto l’albero trovaste Barbie operaia?

Non parliamo di giocattoli di plastica ma di meno fortunate ragazze in carne e ossa, operaie delle fabbriche cinesi che lavorano per la Mattel. Dei 15 euro ai quali viene venduta la bambola, nelle tasche delle operaie arrivano 12 centesimi

Principessa, Magica Sirena, Fashonista, Magia delle feste… Sono tantissime le Barbie tra le quali scegliere i regali del prossimo Natale. Da qualche tempo sul mercato è disponibile anche un altro modello: Barbie operaia.Indossa una tuta blu, lavora 13 ore al giorno, dorme in stanzoni umidi e maleodoranti e divide il suo bagno con altre 100 Barbie operaie.

Certo è difficile avere il sorriso stampato, le unghie perfettamente laccate e i capelli sempre in ordine con uno stile di vita come questo. In effetti non è di bamboline di plastica che stiamo parlando, ma di meno fortunate ragazze in carne e ossa, operaie delle fabbriche cinesi, che lavorano per la Mattel, l’azienda che produce e distribuisce l’arcinota bambola creata negli Usa negli anni ’50 e da allora modello femminile molto discusso ma sempre presente nelle camerette delle bambine di tutto il mondo.

Oggi la gran parte della produzione è appaltata a imprese che operano nel Sud della Cina, regione conosciuta come “la fabbrica del mondo”, che non brilla né per tutela dei diritti dei lavoratori né per trasparenza.

Le Ong China Labor Watch e Peuples Solidaires hanno appena pubblicato un rapporto sulle condizioni delle operaie cinesi in sei aziende fornitrici della Mattel, utilizzando le informazioni raccolte da un gruppo di attiviste che si sono fatte assumere sotto mentite spoglie.

Hanno documentato che nel periodo del picco di produzione della bambola e dei suoi mille accessori, da aprile a settembre in modo che a Natale i negozi siano abbondantemente riforniti di giocattoli, le lavoratrici sono costrette a turni di 13 ore, 7 giorni su 7 e non possono usufruire di ferie o permessi né di congedi di maternità. Inoltre negli stabilimenti raramente le norme di sicurezza sono rispettate e le donne vengono esposte al contatto con sostanze tossiche senza la necessaria protezione.

Ad una simile denuncia il gigante dei giocattoli lo scorso anno aveva risposto che si trattava di pochi casi isolati. “In realtà la Mattel conosce l’ampiezza e la persistenza delle violazioni dei diritti dei lavoratori che i fornitori perpetrano sui propri impiegati”, dichiara Fanny Gallois, Responsabile Campagne di Peuples Solidaires.

“La logica degli importatori, come Mattel, è il controllo dei costi. Per questo cercano la fabbrica meno cara che possa fornire la lavorazione a una qualità accettabile. Dopo il ritiro di 18 milioni di giochi contenenti piombo nel 2007, e di 10 milioni di giocattoli difettosi nel 2010, i controlli sono diventati sempre più stretti. Di fronte alle aumentate richieste in termini di qualità e di sicurezza, per i fornitori l’unica maniera di tenere bassi i costi è risparmiare sulla forza lavoro”.

Nelle fabbriche quasi il 90% degli impiegati sono donne, vengono dalle più remote e povere zone rurali per cercare un impiego. Non hanno alternative, né qualcuno a cui rivolgersi per chiedere aiuto. Spesso firmano un contratto in bianco, consegnano i documenti di identità ai direttori degli stabilimenti e accettano senza discutere le condizioni che vengono loro proposte. O meglio, imposte.

Dei 15 euro ai quali viene venduta la bambola qui da noi, nelle tasche dell’operaia entrano circa 12 centesimi, pari allo 0,8%. E questo a fronte dell’eccellente salute finanziaria della Mattel. Ogni minuto nel mondo si vendono 152 barbie. Nel 2012 Mattel ha fatturato 4,7 miliardi di euro con un profitto netto di 565 milioni di euro, un miracolo finanziario ottenuto grazie a forti economie di scala e produttività che pesano quasi interamente sulle spalle delle Barbie operaie.

Nonostante la Mattel nel 1997 sia stata una delle prime firmatarie di un codice di condotta per i fornitori che prevedeva norme di tutela dei lavoratori e nel 2009 abbia sottoscritto il sistema di certificazione della Federazione internazionale dei giochi, date le sue dimensioni può permettersi di stabilire prezzi, tempi e standard qualitativi.

L’80% dei giocattoli commercializzati nel mondo viene dalla Cina dove le multinazionali che dominano il mercato hanno totalmente delocalizzato la produzione.

Durante i mesi che precedono il Natale, i fornitori non riescono a stare dietro alle richieste per cui subappaltano le commesse ad altri produttori e così di seguito. Si viene a creare una gigantesca e articolatissima catena di produzione dove è difficile monitorare le condizioni dei lavoratori, che sono l’anello più debole.

“Prendendo come obiettivo la Mattel in questo periodo in cui tutti sono impegnati negli acquisti per il Natale – conclude Fanny Gallois – abbiamo voluto sottolineare il contrasto tra l’immagine glamour della Barbie e l’inferno nel quale vive chi la produce. Non chiediamo di boicottare i giochi, perché questo porterebbe alla chiusura delle fabbriche e alla perdita di migliaia di posti di lavoro. Vogliamo mobilitare i consumatori affinché chiedano alla Mattel di far pressione sui propri fornitori per migliorare le condizioni di vita degli operai. La Mattel è il primo produttore di giocattoli al mondo e come tale può influenzare enormemente il settore”.