Politica ed Economia
Personaggio, di ,

Lady Catherine Ashton, la baronessa del soft power europeo

La ministra degli esteri dell'Unione europea ha ribaltato i pregiudizi nei suoi confronti, come donna e come inglese, collezionando una sfilza di successi. Nel suo curriculum anche un fiasco

Quando fu nominata “ministra degli esteri” dell’Ue, correva l’anno 2009, Catherine Ashton fu accolta da un sonoro scetticismo. Tutti a dire che, pescando un personaggio dalle seconde linee, l’Europa s’era ancora una volta condannata a non fare politica estera, a scontare per altro tempo ancora il suo grande paradosso: gigante economico, nano politico.

Di più. Ci fu chi, non senza malizia, sottolineò che affidare quell’incarico a una britannica avrebbe penalizzato la proiezione internazionale di Bruxelles, dato lo storico ruolo di Londra, che significa seminare zizzania tra Berlino e Parigi. Si sa, d’altronde, che quando i franco-tedeschi si scornano il potenziale europeo ne risente sotto tutti gli aspetti.

Ora, è successo che negli ultimi tempi l’agenda internazionale sia stata segnata, tra le altre cose, da tre eventi in cui Lady Ashton ha messo evidentemente lo zampino (in due casi con successo) e che dunque permettono di tracciare un bilancio sul suo operato, ribaltando in parte gli iniziali pregiudizi. Il primo è l’accordo sul nucleare iraniano. Un’intesa di respiro storico, che contribuisce – sempre che non si materializzino svolte a u – ad appianare un bel fascio di tensioni, nell’area mediorientale e su scala più vasta. Ashton, hanno spiegato gli esperti, è stata decisiva, tessendo un’efficace tela di relazioni tra la nuova leadership iraniana e i negoziatori del “sestetto” (Cina, Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia). Ha creato un clima di fiducia e usato abilmente il soft power europeo, come ha ricordato qualche tempo fa Ian Traynor, il corrispondente del Guardian da Bruxelles, in un articolo riabilitante – forse persino troppo – sulla ministra degli esteri dell’Ue.

Quello stesso soft power con cui Ashton è riuscita a mettere seduti allo stesso tavolo i primi ministri di Serbia e Kosovo, Ivica Dacic e Hashim Thaci, portandoli a firmare un protocollo che fluidifica la situazione nel versante settentrionale del Kosovo. Quello a maggioranza serbo, controllato e foraggiato da Belgrado. Rompicapo fastidiosissimo delle cancellerie internazionali. Gli accordi prevedono lo smantellamento parziale delle “istituzioni parallele” della Serbia e aprono alla normalizzazione dei rapporti tra i due paesi, ancora condizionati dalla proclamazione unilaterale d’indipendenza effettuata dal Kosovo nel 2008. Una ferita profonda, per Belgrado.

Ashton è riuscita a convincere i rivali offrendo – ecco il senso del soft power europeo – incentivi importanti e facendo capire il rischio isolamento che poteva spalancarsi per entrambe le due piccole patrie balcaniche, in caso di fumata nera. La Serbia ora potrà avviare i negoziati per l’ingresso in Europa, mentre il Kosovo otterrà l’alleggerimento del regime dei visti, assieme a qualche concessione commerciale.

Anche il giornalista italiano Lorenzo Robustelli, direttore del portale Eu News, ha riconosciuto alla Ashton i suoi meriti, ricordando che nel 2009 la stampa era stata troppo frettolosa nel bocciarla a priori. Ashton – ha scritto Robustelli – ha qualche difetto: è un’accentratrice, impone ai suoi collaboratori ritmi pesanti e non è molto generosa con i media. Ma qualche risultato concreto, in fin dei conti, l’ha portato a casa.

Ci sarebbe anche un fiasco (ecco il terzo fatto che l’ha vista recentemente protagonista). È il mancato accordo tra Ue e Ucraina, perno della Eastern Partnership, l’iniziativa europea votata a costruire relazioni più robuste con l’ex Urss. Pareva cosa fatta, ma alla fine il presidente ucraino Viktor Yanukovich ha respinto l’offerta europea (sostegno economico e accordi commerciali), rivolgendo nuovamente lo sguardo verso la Russia. Cosa che ha scatenato la protesta a Kiev.

Ma non è detto che il magro bottino sull’Est sia necessariamente un fallimento. È forse vero che la Ashton ha sottostimato l’influenza russa e sovrastimato il tasso pro-europeo dei paesi ex Urss, ma la Eastern Partnership ha quantomeno aperto degli spiragli di cooperazione (a differenza di Ucraina, Georgia e Moldova hanno firmato gli accordi con Bruxelles) e spinto i russi a riconsiderare il loro approccio verso i vicini, smussandone le logiche “coloniali”. Mosca sa che proprio in virtù della rinnovata presenza dell’Ue a Est, fondata anche su una serie di valori e regole condivise, dovrà cercare di attirarli a sé mettendo sul piatto una condivisione, un’inclusività. In sostanza, la competizione tra europei e russi a Est si sposta, almeno un po’, anche su una linea di progettualità. L’Europa, logicamente, ha qualche carta in più da calare, rispetto al Cremlino. Anche questo, a suo modo, è un risultato. E tra l’altro non è categoricamente da escludere, a giudicare dalle ultime notizie che rimbalzano da Kiev, che il governo ucraino possa ripensarci e firmare i protocolli con l’Ue.