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Shukria Barakzai, deputata in prima linea per un nuovo Afghanistan

Sottoposta a torture quando era giovane, oggi a rischiare la vita negli attentati sono i suoi figli. Ma lei non si ferma, combatte ogni giorno per i diritti delle donne. In questo momento è in Italia per raccontarlo al nostro parlamento

È ancora un po’ scossa Shukria Barakzai, deputata afgana arrivata in visita ufficiale in Italia, mentre racconta di aver appena ricevuto una telefonata da casa che la informava che i suoi due bambini più piccoli erano scampati ad un attentato. Probabilmente volevano colpire lei, non è la prima volta. Lì dove ieri hanno messo la bomba c’è l’ingresso di casa sua e nient’altro, per diversi metri. Tira un sospiro di sollievo che nessuno si sia fatto male e si rammarica di non poter essere lì a consolare i bambini, che ha sentito molto spaventati.

Ma dopo un momento di emozione si concentra nuovamente sul motivo della sua visita nel nostro paese. È qui insieme ad altre colleghe afgane per incontrare il gruppo di contatto delle parlamentari italiane. Si chiama così quel gruppo di nostre deputate che da tempo si mobilitano a favore della condizione delle donne afgane. Ne fanno parte la vice presidente della Camera Marina Sereni, la ministra Emma Bonino e le onorevoli Deborah Bergamini, Donatella Duranti, Marta Grande, Pia Elda Locatelli e Gea Schirò. Tutte coinvolte ad assicurare institutional building, ovvero assistenza tecnica e continuità ai rapporti parlamentari, con l’Afghanistan. E a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica italiana sull’attualità del paese.

Quello che preoccupa Shukria in questo momento è che il ritiro delle truppe internazionali previsto per il 2014 faccia fare passi indietro rispetto alle conquiste ottenute dalle donne in questi ultimi anni in tema di diritti. “L’operazione Enduring Freedom lanciata nell’ottobre 2001 non è certo avvenuta esclusivamente per motivi umanitari e a favore del popolo afgano. Ma non si può negare che la relativa stabilità del paese abbia consentito ad una generazione di giovani di crescere nella speranza di un paese realmente democratico, e non possiamo permettere che il paese ricada in balia delle guerra tribali”.

Dopo essere stata fustigata per le strade di Kabul per essere uscita senza scorta maschile, quando era una studentessa universitaria, Shukria è diventata una fervente attivista dei diritti delle donne. La sua prima iniziativa è stata quella di creare una scuola clandestina per consentire a bambine e ragazze di studiare.

Nel 2002, dopo la caduta del regime dei talebani ha fondato una rivista – Aina-E-Zan (Lo specchio delle donne) – per informare le donne sui propri diritti in termini di educazione, salute e accesso ai servizi di base. Anche a quelli legali, nel caso subiscano intimidazioni e violenze, che siano all’interno della famiglia o in società. Shukria si è sempre battuta contro i matrimoni forzati, i matrimoni precoci e la violenza nei confronti delle donne.

Grazie al suo attivismo, divenuta ormai una figura pubblica, nel 2003 è stata coinvolta nella riscrittura della costituzione dell’Afghanistan. Da allora la sua fama ha oltrepassato i confini nazionali. È stata nominata giornalista dell’anno nel 2004 dal World Press Review e Donna dell’anno dal programma Women’s Hour della BBC. Nel 2005 ha ottenuto dal Parlamento francese la Medaglia al merito.

“In molti vorrebbero fermare il mio operato e per farlo tentano di colpirmi in quello che ho di più caro al mondo: i miei figli”, dice Shukria. “In passato ho dovuto toglierli dalla scuola pubblica e farli studiare in casa. Ho imparato a sacrificarmi mentre cercavo di farmi valere in una società dominata dagli uomini, mentre combattevo per la pace in un paese immerso nella guerra per decenni. Non voglio imporre loro le mie scelte, ma credo fermamente che il futuro sia qualcosa che creiamo giorno per giorno. Se facciamo qualcosa per gli altri, il loro e il nostro futuro saranno migliori. Se invece lasciamo che le cose vadano per conto proprio ne pagheremo le conseguenze tutti quanti”.

“Per questo per è un onore far parte di gruppi di lavoro come questo, tra parlamentari afgane e italiane, dove posso portare le mie esperienze e imparare da altre donne come me”, conclude. “Nel nostro parlamento la maggior parte dei deputati pensano ancora che il ruolo delle donne dovrebbe essere relegato a casa, in famiglia. Vorrebbero portare indietro le lancette dell’orologio. Mia madre e mia nonna non avrebbero mai osato sperare che nelle istituzioni si potesse discutere dei diritti delle donne e che a farlo fossero donne con pari dignità e potere degli uomini. Non voglio che le mie figlie pensino che questo sia un fatto straordinario”.