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Shabana Azmi, la star indiana in prima linea per l’emancipazione femminile

Usa la sua grande popolarità per lottare contro la discriminazione di genere e la violenza dilagante. Presidente di Action Aid India, condivide il suo percorso con una famiglia di artisti, tutti uniti per i diritti civili

In India è una superstar, non solo grazie a Bollywood, ma anche grazie alle sue interpretazioni nei film delle registe che stanno rinnovando il cinema indiano e che dialogano con l’Occidente: Mira Nair, Deepa Mehta, Gurinder Chadha. Ma è anche nota per il suo attivismo politico, soprattutto in favore delle donne. Shabana Azmi, 63 anni portati con l’allure senza tempo delle donne indiane, è presidente di Action Aid India e ha partecipato alle principali battaglie politiche del suo paese in difesa delle pari opportunità. Da poco ha ricevuto a Firenze il premio Pegaso sia per la sua carriera di attrice che per il suo impegno sociale, e il festival River to river le ha dedicato un’ampia retrospettiva.

Nata a Nuova Delhi, Shabana è figlia di uno dei più celebri poeti indiani, Kaifi Azmi, e di un’attrice teatrale. Il fratello Baba è direttore della fotografia, il marito è il famoso poeta e sceneggiatore Javed Akhtar. E tutta la famiglia si batte da sempre in difesa dei diritti civili e per un’evoluzione progressista dell’India.

In che cosa consiste il suo lavoro per Action Aid India?

Tutti i nostri programmi mirano a eliminare la povertà e la discriminazione partendo dalle bambine, perché sappiamo che non hanno le stesse opportunità dei loro coetanei maschi. Invece le bambine non solo devono poter camminare al pari dei maschietti, ma anche superarli, se sono più brave. Tutte le nostre iniziative fanno parte del programma “Lunga vita alle figlie”, che insiste perché le donne raggiungano un’indipendenza economica. Per esempio stiamo facendo pressioni perché i terreni di proprietà di una coppia sposata vengano intestati a entrambi i coniugi, o anche solo alla moglie, perché questo le garantirebbe la sicurezza economica.

Di quali programmi è direttamente responsabile?

Presiedo alle attività di un’organizzazione che opera nel villaggio di Mijwan, fondato da mio padre, che credeva che il futuro dell’India dovesse partire dai villaggi e dalle loro bambine. A Mijwan abbiamo fondato una scuola, un’università, un centro di informatica e soprattutto un centro di avviamento professionale che insegna alle ragazze fra i 15 e i 25 anni l’arte del ricamo. Il centro ha il sostegno di molte star di Bollywood, del designer indiano Manish Malhotri e di testimonial internazionali come la top model Naomi Campbell, che dopo aver ricevuto in dono da Malhorti un abito ricamato dalle nostre bambine ha voluto dare il suo contributo.

Perché questo centro di ricamo le sembra particolarmente importante?

Perché le ragazze che sono in grado di ricamare portano denaro nelle loro case, e questo cambia radicalmente la loro posizione all’interno della gerarchia domestica. Se prima erano considerate un peso economico, svolgendo questa attività specializzata diventano una risorsa. In India il sostegno economico dei figli nei confronti dei genitori è tradizionalmente appaltato ai maschi, perché quando una donna si sposa deve rispondere solo a suo marito, non più alla famiglia di origine. Oggi invece sempre più ragazze mantengono i loro genitori, oltre che se stesse, e questo dà loro un ruolo di primaria importanza.

Come vivono questo cambiamento le famiglie più tradizionali?

All’inizio c’era una grande resistenza, perché il ruolo tradizionale della donna indiana è quello di moglie e di madre. Ma la povertà è grande e chiunque porta soldi in casa viene accettato e rispettato. Le nostre ragazze guadagnano il potere di rinegoziare la loro posizione in famiglia e di costruirsi un futuro di loro scelta.

Quando smettono di lavorare per il vostro centro di ricamo riescono a trovarsi un lavoro?

Non tutte, molte rientrano ancora nel grembo domestico e perdono così la loro indipendenza. Ma altre cercano un nuovo impiego e anche se si sposano ottengono di poter continuare a lavorare, perché le loro entrate servono in famiglia.

Quali sono le principali discriminazioni nei confronti delle donne indiane?

Beh, ci sono zone dell’India in cui a una bambina non è nemmeno consentito di nascere, perché si possono fare test per accertare il sesso del nascituro e praticare l’aborto se è il feto è femmina.

Action Aid si occupa anche della violenza contro le donne, un problema molto sentito in India, dove gli stupri e le aggressioni con l’acido sono frequenti.

Non creda che la situazione dell’India sia molto diversa da quella dell’Italia. Anche qui mi risulta che i femminicidi siano numerosi, e in costante aumento. Il problema, in India come in Italia, è la tacita approvazione della società nei confronti di una violenza usata come strumento di potere e veicolo di sottomissione. Via via che le donne escono dai loro spazi tradizionali e si rendono economicamente e socialmente indipendenti gli uomini cercano di fermarle, e lo fanno creando intorno a loro un habitat violento. Ci vuole tolleranza zero nei confronti della violenza sulle donne.

In che modo si può fare pressione politica perché le cose cambino per le donne indiane?

Bisogna soprattutto insistere perché le leggi – che già ci sono, e sono molto valide – vengano messe in pratica affinché chi perpetra discriminazione e violenza di genere venga punito severamente. È un problema culturale, soprattutto per quanto riguarda la violenza carnale. Si tende ancora a dare la colpa alla vittima: deve aver indossato vestiti provocanti, che ci faceva in giro a quell’ora, aveva bevuto? Molte vittime di stupro non denunciano perché sanno che alla stazione di polizia e poi in tribunale verrebbero sottoposte a un secondo stupro, questa volta verbale.

Ha mai subito minacce per il suo attivismo?

Certo: telefonate anonime, insulti. Sono anche stata arrestata durante una dimostrazione pacifica. Ma ho la forza delle mie convinzioni, e non mi lascio intimidire facilmente.

Da dove nasce il suo impegno per la difesa dei diritti delle donne?

Dalla mia educazione. Mio padre e mia madre hanno sempre creduto che l’arte dovesse essere usata per ottenere un cambiamento sociale. Certo, molti in India pensano che gli artisti debbano limitarsi a fare il loro mestiere, cioè intrattenere gli spettatori. Ma l’esempio dei miei genitori è stato sufficiente a convincermi del contrario.

Anche i suoi figli sono artisti e attivisti?

Sì, il maschio è attore, regista, sceneggiatore e produttore, e ha appena fondato un’associazione per la difesa dei diritti delle donne che si rivolge direttamente agli uomini, chiedendo loro di cambiare mentalità. E la femmina è una sceneggiatrice e regista che si interessa attivamente di tematiche femminili. Li ho cresciuti in modo assolutamente paritario, e anche se non ho mai dato loro lezioni di politica, credo che abbiano respirato nell’aria il messaggio che adesso anche loro portano avanti.

Il paradosso dell’India è che da un lato molte donne hanno grande visibilità e potere, mentre molte altre sono invisibili e non contano nulla per la loro famiglia o il loro villaggio.

L’India vive contemporaneamente in molti secoli diversi, è piena di contraddizioni e mantiene in vita tante lingue e culture. Da un lato abbiamo una donna presidente e una primo ministro, e io stessa ho avuto un ruolo in Parlamento, dall’altra ci sono luoghi in cui le donne non hanno voce né diritti. Ma a livello locale sta avvenendo una rivoluzione silenziosa. Un grande passo è stato fatto con l’istituzione delle quote rosa, che obbligano gli enti locali a riservare il 23% degli incarichi dirigenziali alle donne. E al momento è in corso la battaglia per ottenere la stessa percentuale di seggi in Parlamento. Non dico che sia la bacchetta magica per risolvere tutti i problemi delle donne indiane, ma di sicuro ci aiuterà a istituire politiche in cui saremo incluse. Noi donne siamo metà della popolazione mondiale, è ora di partecipare attivamente al dialogo globale.

In che modo il cinema indiano ha raccontato le donne?

Gran parte del nostro cinema, soprattutto quello di Bollywood, ha trasformato le donne in oggetti di consumo con la scusa di voler celebrare la sensualità femminile.  Sarei ben lieta di celebrare la nostra sensualità, ma quando il cinema restituisce un’immagine frammentaria del corpo femminile – seno prorompente, fianchi che ancheggiano in modo provocante  – priva le donne di ogni individualità e le confeziona per lo sguardo maschile. C’è una linea sottile fra la celebrazione del corpo femminile e il suo sfruttamento, bisogna trasformarla in una linea netta.

Qualcosa sta cambiando?

Oggi c’è un maggior senso di responsabilità nel raccontare le donne indiane sul grande schermo. Ad esempio anche nei film di Bollywood improvvisamente tutte le protagoniste lavorano fuori casa. Fino a poco tempo fa invece sembrava che le donne indiane sapessero solo pavoneggiarsi con il sari e ballare in modo ammiccante. Oggi invece il cinema, tanto quello impegnato quanto quello commerciale, riflette la realtà. E la realtà è che sempre più donne indiane non si accontentano di fare le casalinghe.