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La violenza sulle donne è un reato contro cui bisogna intervenire. Sempre

"Inutile ridimensionare. E anche alle forze di polizia serve uno sforzo culturale", dice Paola Di Nicola, magistrato del tribunale penale di Roma e autrice de La Giudice - una donna in magistratura

In molti si affrettano a dire che non si tratta di un’emergenza semplicemente perché la violenza contro le donne c’è sempre stata, è una “pratica” continuativa. Ciò che fa la differenza, ora, è che se ne parla e si denuncia di più. Per cercare di capire e conoscere un fenomeno che comunque allarma, abbiamo incontrato Paola Di Nicola, giudice del tribunale penale di Roma particolarmente sensibile alle tematiche femminili, tanto da avere anche scritto La Giudice – una donna in magistratura (Ghena editore), e che spesso ha a che fare con casi di maltrattamenti e violenze. Un argomento del quale parliamo oggi in onore della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Cosa le ha insegnato trattare questi casi?

In venti anni di esperienza ho capito che è pacificamente un fenomeno sociale trasversale: c’è l’ingegnere, il professionista della Roma bene, il tossicodipendente di Tor Bella Monaca e l’impiegato del catasto. Il livello sociale non differenzia, a riprova che c’è un contesto culturale omogeneo.

In tutta Italia?

Al Nord non ho mai lavorato ma al Sud sì: a Napoli, in Irpinia, a Latina. È assolutamente uguale, so che la questione non ha limiti territoriali.

Come arrivano le donne a denunciare?

Di solito lo fanno a distanza di dieci, quindici anni dopo vessazioni inaccettabili. La domanda che rivolgo spesso è: perché ha aspettato così tanto tempo? La risposta è sempre la stessa: “non credevo che fosse un reato”. E la stessa risposta, speculare a quella della moglie o compagna, arriva dall’autore di questi maltrattamenti: “è il mio modo per esprimere il mio affetto e amore. Per chiedere un’attenzione maggiore da parte sua”. Quando li condanni, non capiscono perché: è come se il giudice si inserisse in maniera indebita in una vicenda personale, familiare. Perché quel rapporto funziona così.

Il punto qual è, allora?

Esiste uno stereotipo di genere secondo cui la donna in un rapporto familiare è un soggetto subordinato, e questo non te lo toglie di testa nessuno. È il punto di vista dell’insegnante dei bambini della madre maltrattata, della vicina di casa o dello psicologo: di tutti i soggetti che direttamente o indirettamente siano venuti a contatto con quella famiglia o relazione di coppia.

È per questo che di solito non intervengono?

Di solito rispondono: non sono intervenuta perché lei era sempre così timida, remissiva, aveva una ritrosia… Come se fossero sempre questioni personali.

È così diffuso questo malinteso senso di “rispetto” del nucleo familiare?

Quando mi rispondono così io domando: ma signora, se avesse sentito che c’era una rapina nella stanza accanto sarebbe intervenuta, avrebbe chiamato i carabinieri o no? “Certo, per la rapina sì”, rispondono. Se quindi vedi uscire una persona massacrata di botte, con i denti rotti e sanguinante, è meno grave di una rapina: è questo il comune sentire. Da qui si deve partire.

Gli apparati investigativi riescono a riconoscere i segnali anticipatori dei casi di femminicidio?

Chi viene chiamato a intervenire in situazioni di conflitto domestico, anche se ci sono i “segni” evidenti dei maltrattamenti, spesso si trova davanti sia l’uomo che la donna che ridimensionano il quadro, anche perché spesso ci sono figli presenti e si teme che poi vengano tolti. Diciamo che l’intervento delle forze di polizia meriterebbe una maggiore attenzione al contesto: di solito invece si accetta il ridimensionamento e non si va oltre, senza approfondire. Si cerca di chiudere bonariamente.

E quando invece la vittima insiste per fare la denuncia?

Allora si va al commissariato: inizia la richiesta di certificati medici, di testimoni… insomma di riscontri, che però non ci sono quasi mai in questo tipo di reati, come per le violenze sessuali. Si tratta di reati che vanno valutati con particolare capacità e attenzione.

Ecco: sono preparate a questo le forze dell’ordine che intervengono?

Proprio recentemente mi è capitato di ascoltare una donna che aveva chiesto l’intervento del commissariato – che stava sotto casa sua – per dieci volte. Due volte erano andati, le altre otto no ritenendo si trattasse dei “soliti litigi domestici”. Peccato che ci fossero due minorenni in casa e lei nel tempo avesse accumulato anche una quantità notevole di certificati medici. In questo caso il ridimensionamento era avvenuto proprio ad opera degli organi di polizia.

Che cosa si può fare dunque?

C’è bisogno di fare un passaggio culturale formativo importante da parte degli organi di polizia, che non è solo giuridico. Questo è un tipo di indagine che si fonda sulla mia parola contro la tua: nella maggior parte dei casi richiede una capacità culturale di intervento. Fino a che, a livello investigativo centrale, non si ha la capacità di comprendere che questo è un problema che non richiede sforzi investigativi, ma culturali, che vanno radicati nella formazione delle forze di polizia, queste indagini nella maggior parte dei casi si chiuderanno con un nulla di fatto.

È questo il motivo per cui, spesso, anche nei casi di femminicidi, si lamentano richieste di aiuto inevase?

Parliamo di contesti spesso molto difficili e complessi. Tuttavia c’è questa tendenza generale a “ridimensionare” gli episodi di conflitto, spesso frutto della volontà delle stesse vittime di recuperare il contesto familiare. Certo, quando poi le denunce ritirate sono tre, quattro, forse si deve capire che c’è qualcos’altro: non si accettano le remissioni di querele così si “chiude” e basta.