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Ma le nostre paure, chi le racconta? Video viaggio nella vita delle donne rom

Cinque attiviste lanciano la campagna I am a Roma woman "per essere noi stesse a dare forma alla nostra immagine". Poiché le più emarginate, anche nella loro comunità, sono proprio le donne

“Viviamo ormai con la paura che i nostri figli ci vengano portati via”. Dezideriu Gergely, direttore dell’European Roma Rights Center, descrive così le conseguenze legate alla storia di Maria – “l’angelo biondo”, per la stampa greca – la bambina prelevata dal campo Rom in cui viveva a causa delle proprie caratteristiche fisiche. Ma se i rom, nel pregiudizio diffuso, fanno paura, chi racconta, invece, le loro paure?

Se non lo fanno né la stampa né la politica – accusate dall’indagine “Antiziganismo 2.0” dell’Osservatorio 12 Aprile di contribuire a un racconto pregiudizievole della più grande minoranza etnica d’Europa – ci provano, però, cinque attiviste, guidate da Katalin Bársony, regista, e Marion Kurucz, produttrice. Dopo aver fondato insieme, a Budapest, la Romedia Foundation e aver realizzato la serie tv Mundi Romani – il racconto, spiegano, dei rom visti dai rom – lanciano ora la campagna I am a Roma woman: video-viaggio nella vita e nei progetti delle donne rom.

“Il nostro scopo – scrivono sul sito Romawoman.org – è costruire un movimento di donne rom per essere noi stesse a dare forma alla nostra immagine, condividere le nostre esperienze e la nostra visione del futuro. Per la prima volta, infatti, le tecnologie di comunicazione ci permettono di auto-rappresentarci e di costruire uno spazio virtuale in cui connetterci. Non importa in quale posto viviamo e da dove veniamo”.

Inizia così, nel 2009, al motto di Speak out and be the change! il documentario, composto da decine di brevi interviste, tra le madri, le bambine e le giovani rom. Ed è subito un successo. Quando l’8 Marzo di quell’anno, grazie alla collaborazione con la rete nazionale Duna television, le prime immagini furono trasmesse sulla metro, nei centri commerciali e sugli schermi pubblici di tutta l’Ungheria, destarono grande attenzione. “Il video raggiunse in pochi giorni circa 80.000 persone”, scrive Bársony, e venne persino condiviso dal famoso blog americano Jezebel, diventando subito un fenomeno virale.

È così che Lívia Járóka, prima donna di origini rom eletta al Parlamento europeo, Anina Ciuciu, autrice dell’autobiografia Je suis Tzigane et je le reste, e Petra Gelbart, musicista – per la quale “Non esiste nessun gene rom. Siamo libere” – raccontarono alla telecamera la propria storia e con l’esempio personale ispirarono le loro compagne a prendere coraggio e ad uscire dall’anonimato. Una condizione diventata per molte una scelta, maturata per proteggere se stesse e i propri figli dall’odio razziale.

Secondo The Open Society Foundation, infatti, molti rom preferiscono rimanere senza nome e senza carta di identità per paura delle conseguenze sociali legate alle proprie origini. In Serbia, per esempio, su 400.000 persone rom solo 150.000 dispongono di documenti ufficiali. Un tema, quello dell’esclusione, che ha una speciale gravità di genere. Sono le donne, infatti, le più emarginate. Lo dimostra l’indagine realizzata nel 2012 negli stati membri dall’European Union Agency for Fundamental Rights (FRA), secondo cui il 19% delle donne Rom – il 5% in più degli uomini – dichiara di non aver mai frequentato una scuola, mentre solo il 37% delle ragazze fino ai 24 anni sostiene di aver proseguito il percorso di studi oltre i 16 anni. Soltanto il 21% delle donne rom, invece, lavora ricevendo in cambio una remunerazione, mentre il 42% dichiara di vivere in condizioni di povertà. Numeri in contro-tendenza con i desideri e i progetti delle donne di I am a Roma woman.

“Voglio prendere il diploma e diventare giornalista – confessa, per esempio, in un video Varga Szamanta Judit – Il mio obiettivo è raccontare una società in cui le origini non contano”. Dalla sua come dalle altre interviste emerge una volontà comune: dimostrare di poter andare a scuola, fare carriera, diventare ciò che si vuole. Perché la propria origine non può essere mai un ostacolo, ma una ricchezza preziosa, di cui essere orgogliose.

Negli anni il numero di interviste è aumentato, la campagna è diventata più grande, Amnesty, The Open Society Institute, CARE International, il progetto europeo Decade of Roma Inclusion, per nominarne alcuni, sono diventati partner, contribuendo a trasformare I am a Roma woman in un racconto corale, una raccolta di testimonianze che prosegue oggi con lo scopo di ispirare anche le scelte politiche in ambito nazionale e comunitario.

Un sogno? Forse. Non basteranno, infatti, un mucchio di interviste a cambiare le condizioni di vita delle donne rom. Ma la campagna potrà contribuire a realizzare i sogni di Angela Kocze, sociologa, animatrice del Romaversitas Program, il progetto del Roma Education Fund nato per scovare giovani di talento e aiutarli a proseguire gli studi: “I nostri figli? – si chiede nell’intervista per I am a Roma woman – li vedremo tra dieci o venti anni. Seduti là, tra i banchi del Parlamento europeo”.