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L’America razzista che ha ucciso la diciannovenne Renisha McBride

Il caso della ragazza afroamericana uccisa con un colpo di pistola per aver chiesto aiuto dopo essere rimasta con l'auto in panne. Ma per la polizia e il magistrato non è omicidio razziale

Più di cento persone si erano radunate lo scorso 7 novembre davanti al commissariato di polizia di Dearborn Heights, in Michigan, zona residenziale prevalentemente bianca nei sobborghi di Detroit. Chiedevano l’arresto dell’omicida di Renisha McBride, che, solo dopo un po’ di tempo si sarebbe saputo chiamarsi Theodore Wafer. Intanto, da giorni, impazzavano in tutta l’America, sulla Rete, l’indignazione e la protesta per l’ennesimo episodio di violenza razziale. Cinque giorni prima, Renisha, diciannovenne africano-americana, aveva avuto un lieve incidente con la sua auto, che era andata in panne. Era l’una di notte, il cellulare era scarico, e aveva bussato alla porta di Wafer, per chiedere aiuto. Per tutta risposta, Wafer, bianco, cinquantenne, aveva imbracciato il fucile sparandole un colpo in pieno volto.

Un omicidio razziale? Evidente, per la comunità africano-americana. Non per la polizia e per il magistrato incaricato del caso, Kym Worthy, che ha scartato il movente razziale e ha accusato Wafer di omicidio colposo. Un eccesso di reazione, ma per paura. Temeva una rapina, è stata la linea della difesa. Accolta dagli agenti e dal giudice.

Così l’ennesimo delitto a sfondo razziale resta sostanzialmente impunito. E intanto il luogo del crimine è diventato una macabra attrazione turistica, anche per gruppi di studenti che posano per fotografie di fronte alla casa del delitto.

“C’è bisogno di trasparenza”, aveva detto Dream Hampton, che aveva organizzato la manifestazione a Dearborne Heights e che aveva postato su YouTube uno short film sulla vicenda. Dream Hampton, che è scrittrice e regista e vive nella vicina Detroit, si era detta “veramente indignata per questa storia”. Che non è semplicemente una storia di “ordinario” razzismo. È un razzismo specificamente diretto verso la donna nera. Verso il corpo della donna nera.

Poco tempo fa, nella ricorrenza dell’uragano Sandy, che si abbatté nell’ottobre 2012 sulla costa orientale statunitense, con particolare violenza sulle aree costiere newyorkesi, è stata ricordata Glenda Moore, trentanovenne di Staten Island, che fu sorpresa dalla tempesta, mentre era in auto con i suoi due figli di quattro e due anni. Nel tentativo di salvarli mentre venivano sommersi dal diluvio, si rivolse ai residenti del luogo implorandoli di chiamare il 911. Il primo le chiuse la porta in faccia dicendole: “Non ti conosco, non t’aiuto”. Il secondo spense pure le luci del portico esterno. Nessuno dei due chiamò la polizia.

Scrive su Time Noliwe M. Rooks, della Cornell University: “Questi casi segnalano l’affermarsi di un nuovo stereotipo della donna nera, che può essere anche più insidioso dei vecchi cliché. Nel suo libro del 2011, Sister Citizen: Shame, Stereotypes and Black Women in America, la politologa Melissa Harris-Perry descrive quattro caricature classiche: la “donna nera arrabbiata”; quella che parla ad alta voce e rotea il collo, alla Sapphire (poetessa femminista); quella fortemente “sessualizzata” alla Jezebel (un celebre blog destinato al pubblico femminile); la Mammy materna, asessuata, la pelle scura, grandi ossa. Ma nessuna di queste immagini dovrebbe ispirare paura o spiegare perché qualcuno dovrebbe vedere di primo acchito come minacce donne nere come McBride o Moore invece che come donne bisognose d’aiuto”.

Rooks ha interpellato la storica Sarah Haley, che ha lavorato sul tema della percezione delle donne nere, nel corso della storia, e di come abbia influito sul loro trattamento sociale e sul rapporto con il sistema giudiziario e penale. Sostiene la studiosa della Ucla, a proposito del caso McBride e sul perché Theodore Wafer non le abbia prestato aiuto ma abbia pensato, come ha sostenuto, che volesse rapinarlo: “Le donne nere sono state viste certamente in modo diverso rispetto agli uomini neri, ma non sono neppure state viste in quanto donne; essere donna è essere vista come una persona che merita protezione, e le donne nere non sono state sempre viste in quel modo”.

Ancora alla fine del ventesimo secolo, le donne nere erano talvolta soggette a un trattamento più duro dei detenuti maschi, dice la storica. “Erano buttate in campi di prigionia, frustate e costrette ai lavori di pavimentazione stradale per cose tipo bestemmiare in pubblico, quando, nel caso degli uomini bianchi, non erano neppure processati per fatti del genere”. Haley – scrive Rooks – è rattristata, ovviamente, per il caso McBride, ma non sorpresa, considerando come spesso le donne nere siano considerate come più minacciose, più mascoline e meno bisognose d’aiuto, protezione e sostegno delle donne bianche. “Nessuno – commenta Rooks – vuole proiettare il messaggio che le donne nere siano deboli e indifese. Eppure quando una diciannovenne a cui si è rotta la macchina bussa alla porta per essere sparata in faccia, sappiamo che c’è qualcosa di gravemente sbagliato nel modo in cui la società percepisce le donne nere, criminali o no, vittime o no, e perfino donne o no”.

Giusta l’enfasi sul “femminile” in questi casi di estrema violenza razziale. Ma essi fan pur parte di un’ormai lunga sequenza di crimini contro persone di colore che lascia sgomenti sullo stato delle relazioni interraziali in America. Un paio di mesi fa Jonathan Ferrell , ventiquattro anni, africano-americano, è stato ucciso dalla polizia a Charlotte, nella Carolina del Nord. Con l’auto era finito contro un terrapieno e aveva bussato alla porta di una casa vicina per chiedere aiuto. La padrona di casa pensa che sia il marito e quando vede Jonathan s’allarma e chiama il 911 per segnalare una rapina in corso. Arriva la polizia, il ragazzone, un ex giocatore di football, corre incontro agli agenti che aprono il fuoco e l’ammazzano. Ed è ancora fresca, per la comunità africano-americana, la ferita di Trayvon Martin, l’adolescente ammazzato in Florida, nel 2012, da un vigilante, George Zimmerman, insospettito dal fatto che stesse camminando, di sera, in un quartiere bianco con il cappuccio della felpa alzato. “Avrebbe potuto essere mio figlio”, tornerà a ripetere Barack Obama nel 2013. Aggiungendo: “È un altro modo per dire che sarei potuto essere io Trayvon Martin 35 anni fa”.

“C’è dell’ironia al cuore di questi incidenti”, scrive sul suo blog sul New Yorker Jeleni Cobb, “che è difficile notare sotto il frastuono dei decibel con cui discutiamo di razza, criminalità e paura in questo paese. Gli africano-americani sono al tempo stesso le prime vittime di crimini violenti in questo paese e le vittime primarie della paura del crimine”.

Cobb racconta della sua esperienza di insegnante di storia africano-americana e della discussione in classe, proprio nella settimana del caso McBride, a proposito della vicenda di Rubin Stacy, un bracciante itinerante ucciso nel 1935 in Florida. Nel suo girovagare, arriva a Fort Lauderdale, bussa alla porta di Marion Jones, una signora bianca. Alla sua vista, la donna urla e i vicini chiamano la polizia. Nel frattempo si forma una folla di malintenzionati che prendono Stacy e l’impiccano a un palo proprio accanto alla casa di Jones. Il linciaggio sarà commemorato con una cartolina. Le indagini riveleranno che Stacy non era un ladro, ma un vagabondo che chiedeva qualcosa da mangiare bussando alle porte.

Erano i tempi della Grande Depressione. “Le circostanze della morte di Stacy sono diverse da quelle delle morti di Ferrell e McBride”, ragiona Cobb, “le loro uccisioni sono comprese come tragedie, laddove quella di Stacy come fonte di orgoglio. Ma nell’istante in cui una richiesta di aiuto è letta come qualcosa di molto più sinistro, i calcoli danno risultati che sono del tutto indistinguibili”.