Politica ed Economia
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I costi economici e sociali della violenza contro le donne: 17 miliardi di euro

L'indagine nazionale “Quanto costa il silenzio?” rivela che il bollettino di guerra è anche economico e documenta una contabilità che aiuta a ripercorrere le tappe della sofferenza di tutte le vittime di femminicidio

In Italia le donne vittime di una qualche forma di violenza, nella fascia di età compresa fra i 16 e i 70 anni, sono 6 milioni 743 mila: il 31,9% del totale delle donne italiane. Una condizione che riguarda dunque 1 donna italiana su 3. Solo nel 2012, inoltre, sono ben 124 le vittime di femminicidio nel nostro Paese, donne uccise dal marito, dal fidanzato o da un ex. A rendere singolare la situazione italiana è un dato che lascia senza parole: solo il 18,2% delle donne che hanno subito violenze li considera reati e solo il 7,2% li denuncia.

Dati desolanti, se si pensa che secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) a livello mondiale, la violenza tra le mura domestiche è considerata la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne (14-50 anni). E ancora, sempre secondo l’OMS il 13% degli omicidi nel mondo (pari a 1 su 7) è commesso tra le mura di casa, da parte del partner della vittima. Il 42% di coloro che hanno subito violenze fisiche o sessuali da uomini con cui avevano avuto una relazione intima ha riportato danni alla salute. Quasi 700 mila donne, secondo i dati Istat, hanno subito violenze ripetute dal partner e avevano figli al momento della violenza, e nel 62,4% dei casi i figli hanno assistito a uno o più episodi di violenza.

Accanto agli inaccettabili ed inestimabili  costi umani di questo vero e proprio bollettino di guerra, ad aggravare il dramma di una condizione che rende impossibile una vita “normale” alle donne vittime di violenza, ci sono gli effetti in termini economici, sopportati sia dalle vittime che dalla società nel suo complesso. Una cifra allarmante. Quasi 17 miliardi di euro i costi economici e sociali della violenza: di cui quasi 2,3 riguardano i costi dei servizi e oltre 14 miliardi di euro quelli umani e di sofferenza. L’equivalente di una strage in cui perdono la vita 11.000 persone o il triplo degli incidenti stradali che avvengono in un anno in Italia. E questo a fronte di un investimento della società civile di circa 6,3 milioni di euro per cercare di contrastare e prevenire la violenza sulle donne (dati riferiti al 2012).

Queste cifre confermano la dimensione immensa e preoccupante di un problema che mina la salute e l’identità delle donne, limita la libertà personale, condiziona la crescita del sistema economico e sociale del Paese. E sono solo alcuni dei risultati emersi da “Quanto costa il silenzio?”, la prima indagine nazionale sui costi economici e sociali  della violenza sulle donne realizzata da Intervita Onlus – con il patrocinio del dipartimento per le Pari Opportunità – presentata oggi a Roma, a poco più di un mese dall’approvazione della legge sul femminicidio e in attesa della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne (25 Novembre), con l’obiettivo di offrire uno stimolo per intervenire concretamente nel prevenire e contrastare ogni abuso sulle donne.

La ricerca ha messo nero su bianco, per la prima volta, i dati di una contabilità che aiuta a ripercorrere le tappe della sofferenza delle vittime: a partire dai cosiddetti costi economici, pari a 2,3 miliardi di euro. Questi comprendono le spese sanitarie (dal pronto soccorso, all’ospedalizzazione, alle cure specialistiche, per un complesso di 460,4 milioni di euro), le cure psicologiche (158,7 milioni di euro), e l’acquisto di farmaci (44,5 milioni di euro).  Ai quali si sommano i costi relativi all’impegno delle Forze dell’Ordine, dalle denunce alle investigazioni fino alla trasmissione dei casi all’Autorità Giudiziaria – stimati in 235,7 milioni di Euro; quelli sostenuti dall’Ordinamento Giudiziario per la gestione delle denunce di violenza sulle donne (421,3 milioni di Euro) e il costo per le spese legali (289,9 milioni di Euro).  Senza dimenticare gli oneri che riguardano l’assistenza delle vittime e dei loro familiari – che comprendono i servizi sociali dei Comuni (154,6 milioni di Euro) e dei centri antiviolenza (7,8 milioni di Euro).

Accanto ai costi per i servizi di mancata produttività, stimata in 604,1 milioni di Euro, sono stati anche valutati quelli che vengono definiti “costi sociali” – umani, emotivi ed esistenziali sostenuti dalle vittime, dai loro figli e dai familiari, legati alla riduzione della qualità della vita– per un complesso di 14,3 miliardi di euro. Una stima che quantifica accanto ai danni fisici, anche quelli morali e psicologici (dalla vulnerabilità in cui si ritrova a vivere il nucleo familiare, all’impatto sulle relazioni fino alla trasmissione da una generazione all’altra della violenza). La stima, in questo caso, fa riferimento al risarcimento di danni nel caso di incidenti stradali. Lo studio stima anche quanto – con attività di prevenzione, iniziative di tipo culturale e di sensibilizzazione – la società italiana investe per contrastare la violenza sulle donne: solo 6,3 milioni di euro l’anno.

L’indagine “Quanto costa il silenzio?” è stata realizzata da un’equipe di ricercatrici e validata da un autorevole e multidisciplinare Comitato Scientifico presieduto da Anna Maria Fellegara, Vicepresidente di Intervita e Preside della facoltà di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Piacenza e composto da: Elisabetta Addis – Economista Università di Sassari, Franca Bimbi – Sociologa Università di Padova, Maura Misiti – Demografa CNR, Linda Laura Sabbadini Direttore Dipartimento per le Statistiche Sociali e Ambientali  ISTAT, Nando Pagnoncelli – CEO Ipsos e Rosanna Tarricone – Economista e Direttore Cergas Università Bocconi. Il progetto prende il via dall’unica ricerca nazionale sul fenomeno (ISTAT 2006). Partendo da questi dati, e con il conforto di altri numerosi e pionieristici studi internazionali, lo studio ricostruisce una prima stima dei costi della violenza contro le donne in Italia.

Quantificare la dimensione economica di questo problema, che è sociale e culturale, significa offrire strumenti alla politica per aumentare, in maniera mirata,  la gamma e l’efficacia delle azioni da mettere in campo, stimolare una rilettura nelle priorità di spesa e di investimento pubblico e comprendere meglio le conseguenze della violenza sulla vita delle donne.

Il commento di Barbara Stefanelli sui risultati dell’indagine