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Anina Ciuciu: “Vedi come cambia l’espressione della gente se dici di essere rom”

Nella sua autobiografia l'autrice racconta come attraverso lo studio abbia potuto dare un futuro alla propria vita e quanto si senta fortunata "ad avere dentro tre culture insieme: rom, rumena e francese"

Anina Ciuciu ha 23 anni, una laurea in diritto alla Sorbona, un passato trascorso a dormire sui camion e a cercare una dimora per le vie di Francia, passando prima da uno dei più grandi e squallidi accampamenti europei, Casilino 700, a Roma, oggi sgomberato e rimpiazzato da nuclei più piccoli.

Anina è rom e ha voluto raccontare in un libro la propria storia di miseria e umiliazione e insieme il sogno di diventare magistrato: Je suis Tzigane et je le reste (City Edition, 2013, in francese, non uscito in Italia)Il suo viaggio comincia dalla Romania, dove è nata, fino all’università più prestigiosa di Parigi, la città in cui il padre aveva sempre sognato di portarla. Le diceva: “Andremo nel paese dei diritti dell’uomo: la Francia”. Ma l’arrivo non è stato dei più accoglienti.

“Difficoltà a ottenere un titolo di soggiorno, alloggi indecenti e provvisori, impossibilità legale di lavorare. Ma abbiamo avuto la chance di incontrare due famiglie francesi che ci hanno aiutato a superare tutte queste difficoltà. Da quando ne abbiamo avuto il diritto e la possibilità, mia sorella e io siamo state iscritte a scuola. I miei genitori lavoravano, ma non si sono occupati che di mestieri sottoqualificati in relazione al loro livello di studi e di competenze”.

Come è stata la sua vita scolastica?

Mi ricordo la scuola d’infanzia, in Romania, nessun compagno mi dava la mano quando la maestra ci metteva in fila. Lo stesso succedeva anche in Italia e in Francia. In classe, mia sorella ed io abbiamo subìto insulti, siamo state isolate. Le offese sono finite quando sono arrivata al liceo. Anche se ancora vedo come cambia l’espressione sulla faccia delle persone quando dico di essere rom. Eppure io non lo nascondo mai.

Il titolo del suo libro, infatti, è una dichiarazione di orgoglio.

Ho mantenuto la mia cultura rom, le mie tradizioni, le mie lingue. Parlo la lingua rom. Cucino rom. Ascolto la musica rom e ballo danze rom. Come in tutte le società, persistono nella comunità rom anche tradizioni obsolete e negative, ma sta proprio a noi, membri di quella comunità, prenderci la libertà di rifiutarle e di partecipare all’evoluzione inevitabile dei costumi. Ci tengo a precisare che io mi considero anche rumena. Mi sono arricchita allo stesso modo grazie alla cultura francese, alle tradizioni e al modo di vedere la vita e di pensare dei francesi. Mi considero fortunata ad avere dentro tre culture insieme e ne sono fiera.

Quando e perché ha deciso di scrivere Je suis Tzigane et Je le reste?

Durante l’estate del 2012, per reagire alle violente campagne politico-mediatiche anti-rom, per fare fronte a questa ondata di antiziganismo, di razzismo, di odio banalizzato e tollerato, ho deciso di scrivere la mia autobiografia, come una testimonianza. Volevo fare un appello alla tolleranza rivolto a tutti i gadje (i non-rom, così come vengono chiamati dai rom), mostrando loro la mia realtà, la mia cultura, le mie tradizioni, spesso poco conosciute e totalmente differenti da come sono raccontate dai media e nei discorsi politici. Volevo anche inviare un messaggio di speranza ai rom e in particolare ai giovani, chiedendo loro di non arrendersi, di non accontentarsi di sopravvivere. Riuscire ad avere una vita più simile ai propri sogni non è impossibile, anche se i ragazzi rom devono dimostrare di essere molto più forti di tutti gli altri per ottenerla.

Il libro, poi, è stato pubblicato in Francia a marzo 2013 e ha fatto molto rumore. Ne sono molto felice perché il mio obiettivo era proprio arrivare a quante più persone possibile. Sono ancora più felice del fatto che verrà tradotto in rumeno e pubblicato in Romania all’inizio dell’anno prossimo.

Quale è stata la reazione della sua famiglia e dei suoi amici della comunità quando il libro è uscito?

All’inizio i miei genitori erano reticenti e inquieti, per motivi del tutto legittimi: avevano paura che la pubblicazione del mio libro e la dimostrazione del mio profondo legame con la cultura rom potessero causarmi problemi e avallare pregiudizi. Al contrario di me, avrebbero sempre voluto che nascondessi le mie origini, avrebbero preferito proteggermi da tutto. Ma è proprio per questo che ho deciso di scrivere il mio libro: non dovrà più esserci in futuro un bambino che si vergogna di dire di essere rom. Ora sono molto fieri di me, mi offrono un sostegno incondizionato estremamente prezioso. Quanto ai miei amici, è vero, temevo la loro reazione, ma avevo torto.

Il suo percorso di studi continua tutt’ora, sta seguendo un master di secondo livello in diritto privato. Ma non sono molte le ragazze rom che continuano gli studi. Perché?

In generale dire che alla Sorbona ci sono pochi rom è un eufemismo, anche se io non credo di essere la prima. Purtroppo, però, è vero. Poche ragazze rom continuano i loro studi. La ragione è la stessa che ha prevalso nelle società occidentali durante i secoli, pur essendo notevolmente diminuita negli ultimi 50 anni: la concezione della famiglia patriarcale, un’idea di società che assegna i ruoli in base al genere, costringendo le donne a passare dalle regole di un padre a quelle di un altro uomo e attribuisce loro i compiti domestici e la cura dei figli.

È un modo di pensare conosciuto dalla quasi totalità delle società nel mondo ed è prevalente nelle comunità rom. Ma l’evoluzione dei costumi è inevitabile e il cambiamento avverrà da noi così come è accaduto altrove. Nonostante ciò, un fattore esterno alla comunità interagisce con il primo e lo rende più grave: è l’antiziganismo, di cui sono vittime i rom ovunque nel mondo, e da molto tempo. La mancanza di accesso ai diritti fondamentali, l’esclusione sociale, le discriminazioni, non fanno che accentuare un certo ripiegamento identitario e si ripercuotono sulla situazione delle donne rom.

Mia sorella ed io, però, abbiamo avuto la fortuna di avere dei genitori che ci hanno sempre incoraggiato a seguire la via della scuola. Hanno sopportato numerosi sacrifici per offrirci sempre il meglio e per donarci le stesse possibilità degli altri bambini.

La sua storia è esemplare, è stata scelta delle attiviste della campagna “I am a Roma woman” per raccontarla e ispirare altre ragazze come lei. Quale messaggio vorrebbe inviare loro?

Vorrei dire alle donne rom di ogni comunità nel mondo che è loro compito battersi e domandare una vita dignitosa e un maggiore rispetto dei loro diritti. Devono farlo dentro e fuori la comunità in cui vivono. Devono agire con coraggio, come fanno sempre, perché sono donne estremamente forti. Devono prendersi la libertà di rifiutare tradizioni obsolete anche se questo significa affrontare lo sguardo di disapprovazione dei loro anziani.

Soprattutto, chiedo loro di studiare e di mandare i propri figli a scuola e di fare di tutto per perseguire questa strada, la sola che conduce alla libertà di scegliere per la propria vita. Voglio dire loro con grande forza che compiere questo atto di coraggio non significa non essere più vere donne rom. Perché io l’ho fatto, eppure sono e resterò sempre rom.