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Grazie al coraggio di Tina ora Crotone ci mette la faccia

15.000 like su Facebook e un'intera popolazione coinvolta nella campagna sui social network. Il grido di Crotone dilaniata dal cancro connesso all'inquinamento tossico della zona. Perché nel sud Italia i biocidi non si arrestano

Nel mese di ottobre, in seguito alla mobilitazione mediatica per la situazione indegna nella cosiddetta “terra dei fuochi” in Campania, una popolazione altrettanto rabbiosa che vive in uno dei 57 siti di interesse nazionale esposti a rischio inquinamento (dati registrati dallo studio epidemiologico nazionale Sentieri 2011), ha deciso di inserirsi in questa sacrosanta ondata di denuncia sociale.

Così a Crotone i cittadini stanchi di anni di soprusi e malattie hanno deciso di dar voce al proprio grido soffocato. Manifestando la propria solidarietà ai fratelli campani, dimostrandogli che non sono soli nella battaglia che li accomuna.

Le vite dei crotonesi hanno lo stesso valore. I loro polmoni hanno il diritto di respirare aria genuina e iodio puro del mar Ionio. La loro voce deve sovrastare l’omertà e la presunzione della casta negligente.

Per questo Tina De Raffaele, una tenace donna crotonese che da 7 mesi combatte quotidianamente contro il cancro,  sostenuta da Luca e Andrea, due giovani in prima linea nella difesa dei diritti della propria città, ha deciso di gridare la sua rabbia mediante un gruppo su Facebook  Crotone ci mette la faccia  invitando i suoi concittadini ad unirsi, manifestando la volontà di vivere in un territorio incontaminato.

Tina, figlia di un ex operaio Enichem, ha una splendida famiglia alla cui porta purtroppo la malattia ha già bussato più volte. Vent’anni fa toccò al marito che sostenne amorevolmente nelle cure, solo cinque mesi fa alla giovane nipote. Ma vivere il male in prima persona ha sortito un effetto devastante sulla giovane donna.

“Pur avendo mille persone accanto mi sentivo sola, una solitudine diversa, difficilmente spiegabile. Così ho deciso di urlare, di combattere quella sensazione di impotenza e al mio grido, sin da subito accolto dai miei figli, si sono uniti migliaia di  giovani che si sono messi in gioco per il proprio futuro”  è quanto dichiara Tina con la speranza che la città si rialzi e si riappropri della sua dignità.

Il gruppo nel giro di poche ore ha registrato l’adesione di migliaia di cittadini: tante le testimonianze di persone che si sono imbattute nel male, altrettanto numerosi i giovani che con cartelli in mano mostrano la rabbia di vivere in un territorio così avverso auspicando un futuro sereno.

La crescita vertiginosa del consenso – finora circa 15.000 like su Facebook – di giorno in giorno continua a dare forza a Tina che nella giornata del 16 novembre ha organizzato una manifestazione pacifica per provare a rompere un muro di silenzio. Circa 2.000 persone hanno percorso le strade della città indossando magliette con il logo “Crotone ci mette la faccia” e simboliche quanto significative mascherine davanti alla bocca, facendo volare nel cielo migliaia di palloncini bianchi. Tina, così, ha risvegliato l’animo assopito dei crotonesi, ricevendo il supporto e la solidarietà non solo della cittadinanza locale ma anche della popolazione del circondario e della terra dei fuochi. Tina non ha intenzione di fermarsi, è un fiume in piena: auspica che l’eco di queste urla giunga sino ai palazzi del potere, locale e non, permettendo alla popolazione di riappropriarsi di quel “cielo sempre più blu” che intonava il concittadino Rino Gaetano.

Crotone per quasi tutto il Novecento è stata sede di importanti industrie tra cui la Pertusola Sud,  l’Enichem e la Montedison che hanno rappresentato la forza economica dell’intero territorio provinciale dando lavoro a centinaia di persone.  Nel 1993 le manifestazioni di protesta e gli scioperi, i cosiddetti “fuochi dell’Enichem”  furono tentativi vani dinanzi alla tragica fine della storia industriale locale.   Gli sconfitti furono le persone che grazie all’impiego in fabbrica mantenevano le proprie famiglie ma ancor peggio, tutti i cittadini ai quali le fabbriche hanno lasciato regali velenosi.

Le industrie smaltivano migliaia di tonnellate di rifiuti speciali pericolosi costituiti da residui della lavorazione dei fertilizzanti prodotti nell’ex impianto chimico. Le cosiddette “pietre del diavolo” sprigionavano dal sottosuolo fiammate dovute alla fosforite che a contatto con l’aria bruciavano. Nel terreno di alcune scuole, ma anche di numerosi edifici e strade della città, sono state infiltrate ingenti quantità di veleni: vere e proprie bombe ecologiche a base di zinco, piombo, mercurio, arsenico, amianto. Elementi che quotidianamente i polmoni dei cittadini inalano facendo innalzare vertiginosamente la casistica di tumori sul territorio.

Gli ex operai delle fabbriche si sono uniti creando l’associazione, “Fabbrikando l’avvenire”, per difendere l’ambiente promuovendo la bonifica del territorio, mai attuata, ma le indagini “Black Mountains” sono rimaste irrisolte, gli accertamenti clinici sui bambini che frequentavano le scuole “velenose” si sono rivelate un buco nell’acqua. A Crotone, città distratta e trascurata, la gente tace. E muore silenziosamente.