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Donne e Chiesa: l’altra metà del cielo decida anche in terra

No a donne cardinale, sì ad aprire gli organi decisionali a una significativa presenza femminile. Intervista esclusiva a Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari, l'unico movimento cattolico che per statuto sarà sempre a guida femminile

Donne cardinale? Occorre ben altro. Cosa, ad esempio? “Aprire gli organi consultivi e decisionali esistenti ad una significativa presenza femminile e, perché no, crearne di nuovi. È un cambio di punto di vista che va messo in atto”. In controtendenza assoluta con il cognome che porta, ma coerentemente con la filosofia che anima il Movimento dei Focolari, Maria Voce non ama parlare. Preferisce piuttosto farsi capire con i fatti. Nonostante ciò sul tema delle donne nella Chiesa usa, in questa intervista, parole chiare e inequivocabili. È altresì convinta che prendere spazi agli uomini, anche nella Chiesa, “sarebbe un disastro per le donne”, il sacerdozio femminile significherebbe ancora “relegarle in un ruolo di servizio” e occorre ben altro alle donne nella Chiesa che aspirare al titolo di cardinale.

Cosa Maria Voce rappresenti nella Chiesa è presto detto guardando i numeri del Movimento che guida dal 2008, da quando ha dovuto raccogliere l’impegnativa eredità di Chiara Lubich. I Focolarini sono, a tutti gli effetti, il più grande movimento cattolico: diffusi in 192 Paesi, vivono in piccole comunità di laici mettendo in comune i loro beni.

Dovendo riassumere in un’unica parola l’obiettivo al quale consacrano la propria vita questa è “unità”. E non c’è ambito della giornata e della vita – famiglia, sport, politica, società, cultura, spettacolo, comunicazione, diritto, formazione professionale, economia –  che non cerchino di “contaminare” con quello che considerano il caposaldo dello spirito evangelico: “Affinché tutti siano una cosa sola”.

A Loppiano, casello di Incisa Valdarno, hanno realizzato anche una città modello, il “come sarebbe se”. Se tutti vivessero così. Ma cittadelle ideali sono nate in tutto il mondo. E focolarini si può diventare anche se si è buddisti o protestanti o evangelici. Persino, in qualche modo, se atei. Perché i dialoghi con i “più lontani” sono proprio una delle sfide racchiuse in questo singolare Dna che tutti desidera includere. Del movimento fanno quindi parte anche sacerdoti, suore, religiosi così come persone sposate. Il primo, tra i focolarini sposati, fu il deputato della Democrazia Cristiana Igino Giordani.

Senonché, anche qui controcorrente rispetto al corso millenario della Chiesa, sono l’unico Movimento che per Statuto sarà sempre guidato da una donna. Quote rosa ante litteram. Se non fosse che, invece, di quote rosa Maria Voce non ama sentir parlare, in ciò capovolgendo il consueto approccio al concetto di parità. E a Donneuropa spiega quale possa essere, per l’altra metà del cielo, la parte da realizzare sulla terra.

La scalata gerarchica non è dunque, per Lei, la retta via per aiutare l’emancipazione femminile nella Chiesa: quale potrà essere allora la strada percorribile?

Mi sembra necessario un duplice movimento. Da un lato che le donne siano più coscienti e convinte nell’esprimere le proprie potenzialità e peculiarità. C’è un apporto non solo di concretezza, certamente congeniale alla natura femminile, ma anche di pensiero, ad esempio, che può e deve essere offerto.

Il “genio femminile” si esplicita in tutte le manifestazioni della vita umana, dalla più privata alla più pubblica. Tutte quelle caratteristiche propriamente femminili di amore, di comprensione, di maternità, di aiuto reciproco, come possono essere declinate in categorie di pensiero? Come farle veicolare nei meccanismi dei rapporti internazionali e nella gestione delle risorse economiche, ad esempio? e come renderle creative nell’ambito nel dialogo a tutto campo?

Ritengo che sia necessario che le donne si attivino maggiormente per raggiungere quella preparazione che può legittimare una loro parola che abbia autorevolezza.

La peculiarità femminile poi deve esercitarsi nella collaborazione con l’uomo, in un rapporto di unità e distinzione che è dono reciproco, integrazione, complementarietà. E ciò va sempre tenuto presente e deve innervare ogni fase del processo.

Dall’altro, tutto questo deve poter trovare accoglienza da parte della Chiesa stessa, a tutti i livelli, con la possibilità quindi di aprire gli organi consultivi e decisionali esistenti ad una significativa presenza femminile e, perché no, di crearne di nuovi. E’ un cambio di punto di vista che va messo in atto.

“Il mondo è innamorato di Papa Francesco”, ha scritto il cardinale di New York. La sua azione, dai piccoli gesti alle grandi aperture, non solo sulla presenza delle donne nella Chiesa ma anche la non ingerenza nella vita dei singoli, gli spiragli sui divorziati risposati, aiuta la percezione di una Chiesa più vicina. Basterà il carisma? E in che modo le donne presenti nella Chiesa possono supportarlo?

Quanto sta accadendo attorno a Papa Francesco mette in evidenza a mio avviso la grande sete che c’è in tutti, cristiani e non, di vita autentica, di Vangelo, la necessità di vedere concretamente possibile un comportamento coerente con il messaggio di Gesù, di amore universale, di privilegio agli ultimi, di attenzione ad ogni persona, un amore che ha la misura del dare la vita.

E questo è un forte richiamo forte a tutti nella Chiesa. Non mi sentirei in questo senso di fare distinzioni fra uomini e donne.

Le quote rosa “non la entusiasmano per nulla”. Eppure il Movimento dei Focolari, del quale Lei è presidente è l’unico che abbia stabilito per Statuto che a guidarlo sarà sempre una donna: non trova si sia trattato di una “costrizione” virtuosa, visti anche i risultati di un Movimento che, con la presenza in 192 Paesi, è il più diffuso al mondo?

Noi attribuiamo la diffusione del Movimento alla testimonianza personale e comunitaria, alla qualità delle relazioni tra noi e con gli altri, che producono cambiamenti nei singoli e contribuiscono a mutamenti sociali. Nell’amore reciproco secondo il Vangelo, si sprigiona una forza, una “potenza” che viene dalla presenza di Dio, secondo la Sua promessa, in mezzo a due o più che vogliono vivere integralmente la loro fede. La capacità del carisma del Movimento di penetrare le realtà umane e sociali e di trasformarle dal di dentro è in relazione alla spiritualità, ai forti legami che uniscono le persone che la vivono.

Quanto alla presidenza femminile, determinata per Statuto, richiama alla figura di Maria, di una Madre che raccoglie e tiene unita la famiglia. Ma questa sua natura indica precisamente una distinzione fra il potere di governo e l’importanza del carisma, perché chiarisce che per governare un’opera non sono essenziali doti di autorità o di organizzazione, ma è necessario mettere la priorità sull’amore. Quindi mi pare che con questa presidenza femminile il Movimento offra alla Chiesa universale un’indicazione innovativa: più che saper organizzare, vale amare.

Che effetto le fa, se glielo fa, essere considerata una donna “di potere” e qual è il suo concetto di potere?

Non mi considero tale. Il mio concetto di potere poi è quello che trovo nel Vangelo. Gesù lo dice chiaramente: “Chi vuol essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (Mc 10,44). Mi sembra importante quindi, come già dicevo prima, discernere tra potere e governo. C’è un servizio che si può e si deve esplicare in un ruolo di governo.

Il “vero” potere, ripeto, risiede nella reciproca relazione d’amore che genera la presenza di Gesù in mezzo a noi, come è scritto negli Statuti del Movimento: “La mutua e continua carità, che rende possibile l’unità e porta la presenza di Gesù nella collettività, è per le persone che fanno parte dell’Opera di Maria la base della loro vita in ogni suo aspetto: è la norma delle norme, la premessa di ogni altra regola”.

Chi governa nel Movimento allora, donna o uomo, è al servizio di questa dinamica di carità e di comunione, che riesce a mettere in moto le potenzialità del gruppo e di ogni persona, nella logica del dono, per attuare il fine specifico del Movimento.

Anche in politica le “quote” sono state pressoché l’unico strumento per ottenere più spazi per le donne, così come è stato necessario stabilire una “riserva di legge” per inserirle nei Consigli di Amministrazione delle società quotate in Borsa. Quale ritiene possa essere la strada per favorire un reale cambiamento anche in politica e nella società?

La recente legge sulla modalità di voto amministrativo, che vede l’obbligo, se si esprimono due preferenze, del voto doppio, uno ad un uomo e uno ad una donna, può essere una strada percorribile, non per sostituire le donne agli uomini, ma portare nelle istituzioni la normalità della società, composta metà di uomini e metà di donne (anzi le donne sono percentualmente un po’ di più…)

La presenza della donna nella politica ha la potenzialità di diventare innovativa di per sé. Le competenze che la donna porta infatti aprono di per sé campi nuovi: nel contenuto, se pensiamo ad esempio alle problematiche legate alla famiglia, al mondo della sanità, alla vivibilità, all’attenzione all’ambiente; nel metodo, per un’attenzione maggiore alla relazione e alla parte più debole e meno rappresentata della società; nel fine, per una maggiore attenzione alla “felicità”, concepita come ben-essere.
Credo che una strada percorribile e utile potrebbe essere per le donne anche quella di impegnarsi nelle nuove metodologie democratiche che stanno incrementandosi dovunque: la democrazia partecipativa e quella deliberativa. Attraverso queste modalità la nostra democrazia acquisterà qualità, perché sono metodologie che aiutano la democrazia rappresentativa attraverso l’apporto delle competenze dei cittadini che si impegnano a informarsi, a discutere e migliorare le risposte alle grandi sfide della nostra storia. Il contributo delle donne, meno inquinato da precedenti compromissioni, sarà quindi particolarmente prezioso e insostituibile.