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Liz contro Hillary. Dopo Obama una sfida al femminile?

New Republic ha lanciato Elizabeth Warren nella prossima corsa presidenziale. Un'insidia da sinistra per Clinton, finora unica e "inevitabile" candidata nel 2016. Ma è un duello, per ora, solo mediatico

Nessuna delle due ha annunciato la propria candidatura, eppure è come se la corsa per le presidenziali del 2016 fosse già partita e avesse trovato la sua chiave narrativa. Tutta al femminile. Hillary Clinton ed Elizabeth Warren. Quasi coetanee: 66 anni l’ex-segretario di stato, 64 la senatrice del Massachusetts. Tutta in campo progressista. Entrambe democratiche, entrambe liberal. Su tante issue, indistinguibili. E tuttavia su un paio di temi cruciali distanti. Hillary ha un rapporto solido – insieme con Bill – con il mondo finanziario, costruito negli anni della Casa bianca e poi alimentato nel periodo in cui è stata senatrice dello stato di New York. Elizabeth, Liz o Lizzie per gli amici, è la bestia nera di Wall Street, tanto quanto è popolarissima nel mondo di Occupy e della blogosfera di sinistra. Come scrive Politico «è in grado di raccogliere i messaggi populisti e spesso caotici» di quel mondo «organizzandoli in una narrazione chiara nella quale si ritrovano le persone comuni che combattono gli interessi consolidati» dei poteri forti.

La sfida è solo virtuale, per ora. Hillary è già in competizione da mesi, se si dà retta all’interpretazione da parte dei media della sequenza di eventi che l’hanno vista protagonista dacché ha lasciato il dipartimento di stato. C’è un sito, Ready for Hillary, che raccoglie fondi e adesioni, come se fosse imminente l’annuncio della sua discesa in campo. Anche un suo presunto lift facciale, “sparato” con veemenza misogina da Steve Doocy su Fox and Friends, è considerato un indizio incontrovertibile della sua prossima candidatura. Tutti parlano di “inevitability”. Ma intanto l’interessata continua a muoversi con cautela misurando ogni passo, ogni parola, sapendo che anche un suo sospiro è interpretato come un segno.

In compenso le hanno già trovato un’avversaria. Per iniziativa di The New Repubblic, con un articolo di Noam Scheiber che è subito deflagrato nella blogosfera progressista. Si tratta appunto della senatrice Warren. Un personaggio che fece parlare molto di sé nelle elezioni del 2012, nella difficile corsa per riprendersi il seggio di Ted Kennedy, conquistato, dopo la sua morte, dal repubblicano Scott Brown. Condusse una campagna spiccatamente di sinistra, raccogliendo ben 42 milioni di dollari per finanziarla, con molti piccoli donor e la mobilitazione di oranizzazioni e associazioni progressiste, anche fuori del suo stato. Perché la sua figura, già allora, aveva assunto un profilo nazionale, grazie alle sue posizioni di sfida nei confronti dei poteri forti. Posizioni mantenute in questo primo periodo da senatrice. «Sono stata al senato per quasi un anno e credo con più forza che mai che il sistema sia concepito a favore degli interessi potenti e contro le famiglie lavoratrici», ha tuonato in un recente incontro di fronte a un’organizzazione dei consumatori, come riferisce Politico. «Possiamo parlare sui tanti modi in cui si attrezza il sistema, dalle lobby al finanziamento delle campagne, all’apparato giudiziario. Ma voglio sollevare una questione molto sepcifica, che va messa sotto i riflettori: quanto beneficiano gli interessi potenti da un sistema che è complicato e opaco?»

Di nuovo, come avvenne nel 2008, l’inevitabile Hillary si potrebbe trovare a combattere contro un competitor inaspettato, che si muove nel suo stesso spazio politico ma che vanta una “verginità” nelle relazioni con i centri del potere politico di Washington e del potere finanziario di New York: un’insidia che viene da sinistra, anche questa volta. Ma questa volta non sarà come l’altra. Hillary e la sua cerchia non commetteranno l’errore che fecero con Obama. Non sottovaluteranno Liz. E soprattutto non sottovaluteranno il suo messaggio.

Dopo l’elezione a sindaco di New York di Bill de Blasio, clintonista doc, il tema all’ordine del giorno è quello dell’income inequality. La questione delle immense diseguaglianze economiche e sociali – e del prezzo da far pagare a chi la crisi economica l’ha provocata, e non di nuovo a chi la crisi l’ha subita – è al centro del dibattito politico. John Podesta che fu chief of staff di Bill Clinton e costante consigliere di Hillary, poi fondatore del Center for American Progress, sta per lanciare un nuovo think tank, che si affiancherà al Cap, occupandosi esclusivamente dell’income inequality. La direzione sarà affidata a Neera Tanden, attuale presidente del Cap e consigliera di lunga data di Hillary.

Il gioco delle candidature, per una corsa che si svolgerà fra tre anni, un gioco pertanto tutto mediatico, serve intanto a disegnare il campo di gioco nel quale la battaglia presidenziale vera – prima dentro i due partiti rivali nelle primarie, poi tra i due nominee – si disputerà. I lati del perimetro sono la demografia (come conferma il voto dello scorso 5 novembre), il genere (il ruolo sempre più preminente delle donne), i diritti (marijuana libera, in particolare) e, come sempre, la mappa elettorale (gli stati in bilico): al centro la lotta alle diseguaglianze.

In un campo così, Hillary si muoverà a suo agio, se riuscirà a smarcarsi dall’immagine di alleata dei poteri forti. Immagine gonfiata ma anche reale, data anche la capacità impareggiabile di rastrellare finanziamenti da parte dei due Clinton, che consente a Hillary di finanziare una supercampagna ma che continua a costituire il suo tallone d’Achille presso l’elettorato democratico giovane e innovatore che nel 2008 trovò in Obama il suo eroe e che potrebbe trovare “inspirational” una candidatura Warren.