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Francia, velo o non velo. Ancora bagarre tra scelta e imposizione

Prosegue il dibattito sull'uso dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, sempre caldo in Francia, ma vivo anche nel resto del mondo. L'interesse manifestato di recente dal ministro degli interni Manuel Valls potrebbe pesare parecchio sulle decisioni a venire

Da un lato ci sono le quattro deputate turche del partito islamico Akp del premier Recep Tayyip Erdogan, che pochi giorni fa sono entrate in parlamento ad Ankara indossando il velo affrontando ogni divieto, nel paese in cui il 72% dei turchi è favorevole al velo in parlamento e negli uffici pubblici. Dall’altro, nel paese dove vive la più grande comunità islamica d’Europa, la Francia, il velo continua a far discutere.

Vietare o no il velo all’università è solo l’ultimo interrogativo che anima la grande democrazia laica, l’ennesima tappa del vivace dibattito sull’ostentazione dei simboli religiosi che ha impegnato la Francia negli ultimi anni, fino ad approdare alla discussa legge del 2010 che proibisce di nascondere il volto in pubblico.

Dalla sua entrata in vigore, nel 2011, la polemica è spesso riaffiorata. Nello scorso mese di agosto, si è ravvivata a seguito della diffusione dello studio – realizzato dall’Alto consiglio dell’integrazione Hci e intitolato Per una pedagogia della laicità a scuola – che contiene dettagliate indicazioni al governo, tra cui le modalità per “proibire segni e indumenti che portino a ostentare un’appartenenza religiosa nelle sale dell’insegnamento universitario, dove si svolgono lezioni o si fa ricerca”.

Un sondaggio diffuso dall’Ifop in quei giorni spiegava che il 78 per cento dei francesi è favorevole alla proposta e chiede così che il velo sia vietato anche negli atenei, superando in questo modo anche la legge del 2004, riferita solo all’applicazione del principio di laicità nelle scuole medie inferiori e superiori.

L’Osservatorio nazionale della laicità, istituito nel 2007 e poi rinnovato nello scorso aprile, aveva intanto già rimesso al governo il suo rapporto il 25 giugno scorso, concludendo che la Francia “non ha problemi con la laicità”. Ora sono attese le sue proposte, compresi nuovi interventi legislativi, che potrebbero appunto riguardare l’uso del velo negli atenei. Difficile che la norma passi, anche in considerazione delle polemiche immediatamente cresciute in rete, ma certo l’interesse manifestato di recente dal ministro degli interni Manuel Valls – che in questo momento gode di grande popolarità – potrebbe pesare non poco.

Si deve ricordare che la legge del 2010 vieta di “nascondere il volto in pubblico”, quindi di indossare il burqa e il velo integrale, e che quella legge passò senza il contributo dei socialisti, assenti durante la votazione. Si tratta di una misura, dicevano i suoi sostenitori, che protegge le donne che sotto questo simbolo sono “oppresse” e “sottomesse” e che può agevolare l’integrazione tra differenti culture: legge cara a Nicolas Sarkozy, in forza della lotta che l’allora presidente intendeva ingaggiare contro “una nuova forma di schiavitù che la repubblica non può accettare sul suo suolo”. Ma anche di una legge che non piacque alle associazioni musulmane, che ne temevano le conseguenze nel paese.

Lo scorso marzo il dibattito sulla qualità della legge era stato già riaperto, con la pubblicazione di un appello a cambiare l’ordinamento sull’ostentazione dei simboli religiosi pubblicato sul settimanale Marianne e firmato da intellettuali e politici del calibro di Elisabeth Badinter, Alain Finkielkraut e Jean-Pierre Le Goff, che chiedono un testo più completo che illustri chiaramente tutti i casi in cui si debba applicare il “principio di laicità”. Perché la legge resta controversa e gli episodi di donne fermate in strada si moltiplicano: dal 2010 a oggi sono quasi mille, la multa resta di 150 euro, ma le conseguenze sono spesso più complesse.