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Roberta Agostini: passione e amore non c’entrano, c’entra il possesso

La responsabile della conferenza donne del Partito democratico racconta come si è arrivati al nuovo decreto legge sul femminicidio, che prevede un piano stabile, ordinario e finanziato

Il decreto legge sul femminicidio appena approvato indica misure per contrastare la violenza sulle donne non solo repressive ma di monitoraggio e contrasto, che passano anche dalla formazione. Roberta Agostini, responsabile della conferenza donne del Partito democratico, racconta come si è arrivati a definire questa legge, che prevede un Piano, delle risorse e il sostegno alla rete dei centri antiviolenza.

Da dove è cominciato il vostro lavoro?

La cosa più importante che ha fatto il parlamento quando si è insediato è stata la Convenzione di Istanbul, su cui noi donne del Pd abbiamo insistito perché è la prima a livello internazionale a definire una strategia di contrasto alla violenza definendola di genere, contro le donne, e domestica. Affronta la violenza da una prospettiva politica e culturale, mettendo nero su bianco l’esperienza delle donne sul campo, come i centri antiviolenza che non solo hanno lavorato sull’emergenza ma hanno anche costruito una cultura.

Come si è proceduto in questi mesi?

Il governo ha proposto questo decreto (prima aveva lavorato con la ministra Idem a un audit con le associazioni e ad una task force interministeriale), che evidenzia concordanza e multidisciplinarietà, fondamentali per contrastare la violenza. Il decreto proposto era però parziale e conteneva un piano di azione prevalentemente penale, quindi abbiamo deciso di procedere ascoltando tutti coloro che lavorano sul territorio, dagli esperti alle associazioni alle forze dell’ordine, tenendo quanto c’era di buono ma modificandolo radicalmente, fino a sancire l’esistenza di un Piano nazionale antiviolenza.

Come è articolato il Piano?

Siamo partite da quello esistente che scade a novembre (Piano Carfagna, che deriva dal precedente lavoro di Barbara Pollastrini) che prevede azioni di sostegno, rifugio e prevenzione e siamo arrivate a una legge: per la prima volta quindi si parla di un piano stabile, ordinario e soprattutto finanziato. Nel progetto del governo non c’erano risorse, che sono fondamentali se si pensa alla presa in carico della vittima; inoltre, l’articolo 5 bis prevede il sostegno della rete dei centri antiviolenza, che faranno progetti per il recupero degli uomini che usano violenza e prevede un finanziamento sul triennio per 27 milioni di euro. Infine abbiamo lavorato sul punto più controverso, l’irrevocabilità della querela.

Questo punto è stato molto discusso, in che termini?

Il governo l’aveva inserita nel testo anche per i reati di stalking (già prevista insieme alla procedibilità d’ufficio per i casi più gravi), ma bisogna considerare che non poter più ritrattare inibisce le denunce. Ora si afferma invece che la querela è revocabile ma dentro un procedimento giudiziario già avviato ed è irrevocabile solo per i casi più gravi (minaccia con l’uso di armi e minaccia di morte). Questo è stato un buon punto di mediazione tra chi vuole far prevalere l’autodeterminazione e chi ritiene le minacce e i maltrattamenti anche una violazione dei diritti umani, che mette in gioco anche la responsabilità pubblica.

Siamo di fronte a temi e linguaggi che devono cambiare.

Sì, ed è questo il punto fondamentale. C’è un tema che riguarda le relazioni tra i sessi. C’è il tema dell’affermazione dell’identità e dell’autonomia delle donne: tutte le donne morte che avevano denunciato rivelano un gesto di autonomia di fronte a un uomo che cerca di impedirla, è l’affermazione di un gesto di libertà individuale contro una reiterata idea di possesso e di dominio. Gli uomini, poi, sono di fronte a uno spiazzamento della loro identità perché c’è una nuova rivendicazione della libertà delle donne.

La parola femminicidio è molto importante proprio perché il linguaggio taglia il mondo e ci fa comprendere la realtà. Femminicidio è la parola che ci ha aiutato a comprendere che quelle morti hanno una ragione specifica: l’uccisione delle donne in quanto donne. Certe morti in cronaca nera oggi le leggiamo con occhi diversi. Capirne la natura ci interroga anche sul modo con cui dovremo rapportarci alla rimozione di queste cause, per salvare quelle vite. Per brutta che sia, anche la parola femminicidio aiuta questa consapevolezza e aiuta anche i media, che dovrebbero stare più attenti a scrivere “raptus passionale”: passione e amore non c’entrano nulla, anzi c’entra l‘idea del dominio e del possesso.

Il prossimo passo adesso quale sarà?

Bisogna lavorare subito sul Piano, fare un bilancio del vecchio e stendere il nuovo e si deve fare con le associazioni e gli operatori ascoltando le realtà impegnate attivamente in politiche di contrasto. Il governo dovrebbe dare corso alla buona idea della task force, coinvolgendo i ministeri competenti, dalla sanità, perché i pronto soccorsi devono essere adeguati e avere personale preparato, alla giustizia e soprattutto alla scuola: sarebbe davvero importante cominciare a educare al rispetto delle diversità.