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Quando l’orco è il proprio uomo (marito, padre, compagno, nonno, zio)

Due film in concorso all’ultima Mostra di Venezia, Miss Violence e The police officer's wife, raccontano la violenza domestica descrivendo storie dell'orrore che attingono all'attualità

Due film importanti hanno raccontato la violenza sulle donne all’ultima Mostra del cinema di Venezia: il greco Miss Violence, in arrivo ora sui grandi schermi italiani, e il tedesco The police officer’s wife.

Miss Violence ha vinto il Leone d’argento per la regia e la Coppa Volpi per il miglior attore, ed è diretto dal 36enne Alexandros Avranas, discepolo di Yorgos Lanthimos (e dell’austriaco Michael Haneke). La storia, crudelissima e surreale ma basata su un fatto di cronaca, è quella di un patriarca greco che, nell’Atene di oggi, regna come un tiranno assoluto sulla propria famiglia: la moglie, le tre figlie, e persino i due nipotini che scopriremo essere suoi figli, frutto dell’incesto reiterato sulla figlia maggiore.

Il film inizia con il suicidio della figlia undicenne per sottrarsi alla spirale di abuso e di violenza perpetrata dal padre padrone, che oltre a “servirsi” personalmente di tutte le donne della famiglia, le prostituisce a terzi in cambio di favori e di denaro, essendo lui perennemente disoccupato.

Tutti i famigliari di questo orco contemporaneo sono soggetti alle sue regole, che comportano un ordine maniacale e un’obbedienza cieca al capo. Difficile non vedere in questo ritratto allucinato una metafora della Grecia di oggi, in preda alla crisi economica e alle derive autoritarie.

Ma il ritratto più doloroso resta quello femminile, a cominciare dalla madre, soggiogata dalle ripetute violenze e costretta a perpetrare l’abuso sulle proprie figlie. È il resoconto di un’escalation di violenza domestica che si nutre della vergogna e della complicità riluttante di tutti i componenti della famiglia.

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Se Miss Violence parte mostrandoci i risultati di quella violenza sistematica, The police officer’s wife del 54enne Philip Groning, premio speciale della giuria a Venezia, ne ricostruisce la genesi, mostrando come certi inferni domestici si costruiscano sulla progressione geometrica delle piccole intimidazioni quotidiane e sulla graduale demolizione del rispetto di sé da parte di chi li subisce.

E possiamo scommettere che il film di Groning farà molta più fatica ad essere distribuito nel mondo, non solo perché è “fuori formato” (dura tre ore e mezza di lentezza bradipica), ma anche perché è molto più attento a restituire la verità nuda e cruda delle cose che a fare sensazionalismo, come invece succede al film di Avranas.

Miss Violence
infatti fa leva sulla denuncia sociale per raccontare una storia horror non priva di compiacimenti voyeuristici e caratterizzata da una cifra estetizzante che avremmo preferito non riscontrare in uno dei pochi film intenti a trattare il tema della violenza sulle donne.