Idee Politica ed Economia

Femminicidio, servono dati e statistiche per una rivoluzione culturale

C'è chi sostiene che sia un'invenzione dei media, chi confuta dati, chi sottovaluta il problema. Per affrontare la questione bisogna ripartire dai numeri e dalle statistiche e poi porre le basi del cambiamento

Si parla molto di femminicidio. Troppo poco delle diverse forme che la violenza sulle donne assume, delle sue terribili e subdole dinamiche. Troppo poco delle diverse strade che tante donne coraggiose intraprendono, quando riescono a reagire interrompendo la spirale della violenza da parte del partner, e  riconoscendola  al primo apparire. Troppo poco di come la nostra società dovrebbe collettivamente reagire di fronte a questa barbarie. Perché ci sarebbe bisogno di un cambiamento culturale profondo che attraversi tutta la società.

E come spesso succede si fa confusione sui numeri.  C’è chi li esagera, pensando così di perorare la causa delle donne, e chi li sottovaluta, sostenendo che gli omicidi sugli uomini sono di più. Questi ultimi non considerano il fatto che la natura dei due tipi di omicidi è diversa: lo dicono i numeri, gli uomini vengono uccisi da altri uomini soprattutto per criminalità organizzata. Le donne, invece, vengono uccise da uomini in quanto donne, mogli, fidanzate, ex compagne.

Da sempre è così, in tutto il mondo è così, e anche per tutte le classi sociali. Abbiamo, infatti, a che fare con un fenomeno strutturale che nasce dallo squilibrio nei rapporti di genere, dal desiderio di controllo, possesso, dominio dell’uomo sulla donna.

Ma i numeri devono essere usati per capire realmente la situazione, non per perorare una causa o un’altra. Ebbene, i numeri parlano chiaro. La violenza sulle donne è estesa, 10 milioni di donne hanno subito violenza fisica, psicologica, sessuale nel corso della vita. La maggioranza delle violenze fisiche e degli stupri è opera del partner.  Ma i numeri ci dicono anche che il femminicidio non può essere affrontato in modo ‘rudimentale’. Non è semplicemente questione di uomo-carnefice e donna–vittima.

Anche in presenza di casi gravi la maggioranza delle donne non considera la violenza un reato, non riconosce la violenza. E sono tanti i casi in cui le donne tentano di ricucire, di dare nuovamente fiducia, di offrire un’altra possibilità, rischiando la propria vita e il futuro  dei propri figli. Sì, perché molte non valutano che i modelli si trasmettono.

Se più del 60% dei figli di donne vittime di violenza assistono alla violenza della loro madre, ciò significa che i maschi avranno una probabilità alta di diventare a loro volta autori di violenza e le femmine vittime: la violenza riproduce la violenza nel momento stesso in cui accade, in Italia e anche negli altri Paesi del mondo. Tutte le indagini lo testimoniano.

Semplificare non serve, le politiche devono sapersi commisurare con questa complessità del fenomeno, con il supporto dei centri antiviolenza. Ma devono farlo anche attraverso il monitoraggio del fenomeno stesso in tutte le sue caratteristiche.

Dobbiamo dare pari dignità alle statistiche sulla violenza di genere rispetto alle statistiche economiche, sul lavoro, sul pil, sull’inflazione. Regolamentate per legge come le altre. E dobbiamo aver chiaro che cosa ci serve. Ci serve poter ricostruire sempre la relazione autore-vittima in tutte le statistiche di fonte amministrativa, ci serve avere il polso di quello che succede nei centri antiviolenza, di seguire l’andamento delle chiamate al 1522.

Ci serve misurare il sommerso della violenza attraverso indagini che si rivolgano direttamente alle donne con strumenti e metodi non tradizionali come stiamo facendo, ma magari con maggiore frequenza, ci serve tenere sotto monitoraggio anche l’immagine della violenza nella popolazione e quanto siano radicati stereotipi e modelli culturali che giustificano la violenza nella nostra società.

Se si tratta di avviare una vera e propria rivoluzione culturale su questi aspetti dobbiamo attrezzarci a capire quanto si modificano le opinioni e i comportamenti da parte maschile e femminile. Abbiamo bisogno di numeri, statistiche valide e tempestive, ben integrate tra loro. E in questo senso il lavoro che sta svolgendo la task force governativa sulla violenza contro le donne che io coordino potrà essere molto prezioso, ma non basterà: bisogna stabilire la pari dignità con le altre statistiche.