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La carica delle direttrici (ma una su quattro è ancora troppo poco)

Oggi alcune tra le testate più prestigiose del mondo, per lettori, autorevolezza, qualità, sono guidate da donne. Ma c'è ancora tanta strada da fare, ed è in salita

Il giornalismo vede nei suoi posti apicali – dati dall’ultimo rapporto della International Women’s Media Foundation – circa il 75% di uomini (e no, non facciamo eccezione, purtroppo, anche a Europa).

Se i numeri, a livello globale, restano sconfortanti, alcune roccaforti sono state espugnate ed oggi alcune tra le testate più prestigiose del mondo, per lettori, autorevolezza, qualità, sono guidate da donne. New York Times in testa, diretto da Jill Abramson dall’autunno del 2011, prima donna nei 160 anni del giornale (l’anno scorso Forbes, nella sua classifica annuale delle donne più influenti del mondo, la piazzò quinta, ora è scivolata al 19esimo posto).

Quest’anno, sempre negli Stati Uniti, è toccato a Marcia McNutt infrangere un altro tabù: primo direttore della prestigiosa rivista Science, dal 1880 guidata sempre da uomini (anche Scientific American ha una donna editor-in-chief, Mariette DiChristina). Pochi giorni fa Nancy Gibbs, una vita dentro Time magazine, è stata nominata alla direzione del settimanale, mentre dire Vogue e dire Anna Wintour è come pronunciare la stessa identica parola. Infine Mother Jones, testata storica del mondo liberal americano, è co-diretto da due donne, Monika Bauerlein e Clara Jeffery.

Declina, invece, l’astro di Tina Brown che nel gennaio 2014 lascerà il suo incarico di direttore di Newsweek e della sua creatura online, il Daily Beast, dopo avere diretto Vanity Fair e il New Yorker. Salda alla guida del suo impero editoriale Arianna Huffington che finora alla direzione delle edizioni internazionali dell’Huffington Post ha scelto quasi tutte donne: Lucia Annunziata in Italia, Anne Sinclair in Francia, Carla Buzasi per la edizione UK, Montserrat Dominguez in Spagna (ma le ultime edizioni aperte, Maghreb, Giappone, Germania, le dirigono uomini).

Port-10-cover-600-pxIn Francia alla testa del leggendario quotidiano Le Monde è arrivata, dopo quasi 70 anni di dominio maschile, la 46enne Natalie Nougayrède. In Inghilterra Charlotte Moore, un passato da documentarista, è direttrice del primo canale della BBC, la rete ammiraglia, ma nella classifica annuale delle 100 persone più importanti nel settore dei media britannici sono soltanto 19 le donne, tra politiche, attrici e star globali come Sheryl Sandberg di Facebook e Marissa Mayer di Yahoo. Aveva fatto scalpore, qualche mese fa, la copertina del periodico Port, dedicata alla “nuova età dell’oro” della stampa, con sei uomini in copertina, i direttori di Wired, New York magazine, Vanity Fair, GQ, Bloomberg Business Week e del New York Times magazine. Segno che di strada ce n’è da fare, eccome.

In giro per l’Europa, forse il più autorevole quotidiano norvegese, l’Aftenposten, è guidato da una donna, Hilde Haugsgjerd (anche se lei ha deciso di lasciare, in anticipo rispetto alle sue scadenze contrattuali). Helsingin Sanomat, il principale giornale finlandese, è diretto da Riikka Venäläinen, che affianca Kaius Niemi. Qualche giorno fa, una lettera di solidarietà al Guardian e al lavoro di inchiesta che il quotidiano svolge sul caso Snowden, è stata firmata da una sfilza di direttori di grandi testate internazionali, dal Sud America al Giappone, ed era, quasi senza eccezioni, una lista tutta rigorosamente al maschile.

E in Italia, Annunziata a parte? Da noi, Sarah Varetto guida l’informazione di Sky, Monica Maggioni Rainews24, Marina Petrillo Radio Popolare, Chiara Geloni Youdem mentre tra le agenzie di stampa Alessia Lautone e Lia Romagno dirigono, rispettivamente, Adn Kronos e Omniroma/Omnimilano. Tante, ovviamente, le trasmissioni televisive condotte da donne e le firme importanti nei media (Piera De Tassis dirige la rivista cinematografica Ciak) e sulla carta stampata (nel team di testa del Corriere della Sera siede come vicedirettore Barbara Stefanelli che ha, tra l’altro, dato grande impulso a la 27esima Ora, uno spazio imprescindibile per il dibattito, non solo di genere).

Ma le percentuali complessive, nelle grandi testate, e non solo, sono ancora residuali. Come se al capitale simbolico conquistato da anni non corrispondesse ancora, neanche lontanamente, un riconoscimento negli organigrammi più diffuso e capillare.