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Corpo circuito, il nudo politico come arma di battaglia

Creare rete, fare team building e rendere virale la protesta globale, ibridando la corporeità femminile con la Rete e moltiplicando un codice che può essere un messaggio sovversivo, ma anche il suo opposto

Non solo il corpo. Perché Pussy Riot e Femen – con le loro differenze, le prime in galera, le altre accusate di essere una sorta di operazione commerciale – hanno cortocircuitato la corporeità femminile con la Rete. Pensando le loro performance, i loro flesh mob (con la e, sì), come un etimologico show mediatico, un messaggio rivolto attraverso le telecamere, pensato per essere ripreso e trasmesso e diffuso. La viralità, insomma, come esito e orizzonte, via di fuga del corpo come segno della protesta.

Soprattutto le Femen indicano nella esibita corporeità delle loro azioni uno strumento di battaglia, “un’arma”. Che, spesso, viene banalizzata – perché no? innanzitutto da loro stesse – nella dimensione della provocazione, come se, tuttavia, quel pro-vocare, quel richiamo, non porti a una responsabilizzazione sotto forma quantomeno di attenzione.

Il rischio che le performance di Femen e Pussy Riot perimetrino un pubblico passivo di spettatori viene superato dalle opportunità delle Rete, dalla condivisione, dalla socializzazione, possibilmente dalla emulazione. E questo, nonostante l’ordito stretto di questi collettivi prescriva una militanza, addirittura una palestra, una preparazione psicologica e fisica come per le atlete.

Epperò nel gesto, nella sua epica e nella sua intenzionale mediatizzazione, Femen e Pussy Riot cercano una esemplarità e, dunque, un contagio. Ritraendosi nella loro corporeità, confinando alla nudità il senso delle loro iniziative politiche, queste attiviste lasciano che emerga una richiesta di senso da parte di chi guarda, e partecipa. Cioè, già solo il guardare comporta un prendere parte. Questione controversa, se è vero che, anche nel mondo femminista, resiste un sospetto nei confronti delle loro performance, ancora dipendenti da un’idea voyeuristica, si dice, e dunque tutta maschile – ma perché poi? – del corpo della donna.

L’intento di Pussy Riot e Femen – e poco importa, poi, la buona fede o la teoria del complotto che lambisce entrambi i movimenti – è quello di un rovesciamento della corporeità, una risemantizzazione del consumo e della mercificazione del fisico femminile. Come a utilizzare un punto di caduta (quello dell’immaginario sessuale veicolato dagli interessi economici e commerciali) in un contropiede, in una ausschaltung, in una disattivazione di quel processo che insiste sul corpo della donna.

La nudità di Femen, con le scritte sul corpo, e le urla, la presenza in manifestazioni e luoghi delle istituzioni – da ultimo nel parlamento spagnolo – è tutt’altro che disintermediata, anzi è tutta dentro un contesto che mira a mettere in crisi, a mutare di segno. In maniera aggressiva, a “sporcare”, come si dice in gergo, l’immagine e il brand delle personalità che prendono di mira. In America il gruppo Code Pink ha fatto del “photobombing” il segno della propria presenza politica, alzando, ad esempio, le mani colorate di rosso dietro ai politici che vengono ascoltati dal parlamento, a inquinarne il significato, a problematizzarlo.

Femen e Pussy Riot cercano di veicolare un reset, uno spiazzamento del senso comune, triangolando con il pubblico televisivo e della Rete del quale chiedono il fee dell’attenzione e condivisione attraverso gli strumenti di Internet e dei social network, e chissà la possibilità di una militanza. Le loro performance sono quasi un tutorial, un how to, si fa così, ci vuole poco, anche se alle spalle c’è una disciplina, una pianificazione molto precisa.

Facendo finta che anche il twerking di Miley Cyrus o i video di Rihanna non abbiano una valenza politica, le attiviste ucraine e russe (più controverso il passaggio nel mondo islamico) utilizzano il loro corpo secondo una logica di rete e team-building, popstar e guerriere, tutta dentro un comune orizzonte di senso del quale provano a forzare i confini, a polarizzarne il linguaggio. Tanto che anche la loro fisicità mira a disincarnarsi, a farsi network, a digitalizzarsi, iconica, ma non distante, attraversata da messaggi scritti addosso, messa sotto sforzo dalle grida degli slogan, dal combattimento con scorte e forze dell’ordine.

Che questo sia un sovvertimento, di cosa poi? o un superamento, una aufhebung o una verwindung, certo, oppure un inveramento, una conferma di un sistema di dominio e rilevanza, resta tutto da capire. Magari, chissà, la soluzione della sciarada dei Beatles di Hey Jude, forse la frase politica più sibillina e potente del secolo scorso: “The movement you need is on your shoulder”.