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Torna il sexy calendario Pirelli, ma possiamo giudicarlo senza sensi di colpa?

Elenco qui di seguito alcune delle peggiori piaghe quotidiane: le fotogallery sulla cellulite delle star; quelli che ti chiedono “uh, ma sei dimagrita?” (rispondere sempre, come viene consigliato su un blog divertentissimo dedicato alla Dukan: “sai, sono in cura da un esorcista”); lo stupore mediatico che segue a qualsiasi campagna d’immagine in cui compaia una ragazza cicciottella.

“Voglio dimostrare a tutti che si può essere felici anche senza indossare una S”, ha dichiarato Candice Huffine, il cui peso e taglia sono specificati sui tabloid e i giornali di mezzo mondo (sul nostro preferiamo evitare). La fanciulla, modella perché bella ma non bella perché modella, è la rivelazione del nuovo calendario Pirelli, presentato a Milano e curato da Steven Meisel (il fotografo newyorkese mediapatico che ha scoperto Linda Evangelista e che ha sul suo portfolio, tra le altre, Madonna). Sì, il Pirelli è tornato, con la qualità artistica che lo ha sempre contraddistinto: non è un calendario per retrobottega di macellai e barbieri o cruscotti di camionisti, dove al massimo campeggiano le foto di Max. Il Pirelli staziona negli uffici dei maschietti potenti, quelli che possono permettersi oggetti di culto, magari un po’ retrò, ma il retrò è vintage, quindi cool (gli arredatori dei localini radical chic lo sanno bene, ma lo sappiamo anche noi).

candice

 

Machista o no che sia, il Pirelli è uno status symbol d’antan: sorriderne è la cosa più sana da fare. Il sorriso, però, viene turbato dal fastidio se persino un complemento d’arredo – come il calendario dei calendari è – viene ammantato di valenza educativa: mostriamo la ragazza in carne così sfatiamo lo stereotipo per cui magrezza è mezza bellezza. È fortemente improbabile che Steven Meisel avesse anche solo in minima parte considerato la possibilità di ergere questo suo lavoro a destrutturazione di un canone estetico dominante: è un artista, se ne frega della morale. Il problema è nella ricezione mediatica: vedere una modella che non sembra in cura da un esorcista, fa ancora scalpore. E più si permette che la cosa faccia scalpore, più si contribuisce a alimentare l’idea per cui una taglia 46 potrà essere eccitante solo in rare eccezioni, da salutare come una conquista verso una normalità che però normalità non diventa mai.

Ci rassicura, che sul calendario Pirelli ci sia anche spazio per una signorina con addosso molta carne? Sì? No? In entrambi i casi, non conta: conta solo il fatto che siamo perennemente a dieta, che ci fa piacere vedere modelle più umane ma che, sotto sotto, quello a cui aneliamo è di assomigliare a Kate Moss. Non sono le modelle dei calendari che devono insegnarci che si può essere felici senza indossare la S: le modelle fanno un lavoro preciso, cioè rispondere a un canone. È la nostra coscienza a essere imputata in questo processo: a liberarla dobbiamo arrivarci da sole, senza l’aiuto di dubbie campagna stampa, che hanno solo diversi sensi di colpa da scrollarsi di dosso.