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Ragazze, dalla cultura dobbiamo farci ingentilire, non appesantire

Il ministro inglese David Willet, conservatore, nel gennaio 2010 coniò la “sindrome di Bridget Jones”. Andò in parlamento e disse, molto parafrasato, questo: “le donne inglesi maggiormente istruite si sposano sempre meno: non trovano nessuno alla loro altezza, cioè colto e brillante quanto loro, quindi preferiscono star sole”. Bridget, che brillava e ci piaceva proprio perché d’intellettuale aveva ben poco (anche se per conquistare Hugh Grants, quando ci esce la prima volta, gli chiede “non è terribile quello che sta accadendo in Cecenia?” e lui le risponde che non gliene frega niente, liberandola finalmente da ogni costruzione dello spirito), alla fine del film molla Hugh perché “sto aspettando uno migliore di te”.

Il migliore, però, potrebbe non arrivare mai (Bridget alla fine lo trova, non il migliore in assoluto, ma almeno uno di gran lunga più desiderabile di Hugh Grant, solo che non sempre l’happy end cinematografico trova corrispondenza nella realtà). Quando la meritocrazia diventa l’unità di misura dell’amore, succedono papocchi: non si ama per merito, bensì per amore (tautologico, sì, ma fastidiosamente vero). Come le immaginiamo, queste donne inglesi coltissime che, ripetendosi di non accontentarsi mai, finiscono col restare sole? Felici? Fiere? Più probabile la seconda.

Fiere e disperate sono le donne di molti film di Woody Allen, almeno quelle più sofisticate (non certo la Mariel Hemingway di Manhattan o la Diane Keaton di Io e Annie, che lui capisce di amare proprio quando, dopo averle scartate perché devono ancora intraprendere la loro “istruzione superiore”, avverte la mancanza della loro semplice, bonaria e misericordiosa ingenuità culturale – non che siano ignoranti o stupidine, anzi: sono semplicemente persone che dai libri che hanno letto riescono, per far vincere la vita, a prescindere). La galleria di Woody è piena di donne irrisolte, che dall’incontro con i mezzi di elevazione dello spirito e dell’intelletto traggono essenzialmente e soprattutto gigantesche, ingarbugliate, esponenziali nevrosi, cui lo stesso regista confessa di essere esposto. Nevrotica, odiosa, irascibile, snob come le signore di Woody è anche Silvia, la protagonista di Tutte le ragazze di una certa cultura (la chiameremo TLRDUCC) web serie tra le meglio confezionate e cliccate del 2014.

Prodotto italiano, non altrettanto fresco quanto giovane (autore, regista e attori sono tutti sotto i quarant’anni), la serie, che ha da poco chiuso la prima stagione in 8 puntate di 6-7 minuti l’una (i tempi di una sketch comedy, anche se sketch comedy non è, perché ha una narrazione che si evolve di puntata in puntata) racconta l’amore nevroromantico tra Silvia, universitaria con velleità artistiche, tanto intelligente quanto spietata e Luca, assistente universitario, correttore di bozze, precario, dinoccolato, hipster e tante altre cose terribili che però, in qualche modo, lo categorizzano e lo determinano non in modo totale, come invece accade per Silvia, molto più macchiettistica, per una sola ragione: lui, davanti all’amore, si lascia andare. Non gli importa troppo della coerenza dello statuto ontologico di un artista, Silvia lo sa e lo odia per questo, trova i suoi gusti così cheap che non rintracciare l’uomo, la persona, il Luca vero che sta dietro di essi. Cinici, tuttavia, lo sono entrambi, così come soffrono entrambi di ciclotimia, il disturbo dell’umore che rende chi ne soffre continuamente in bilico tra momenti di slancio esaltato e depressione cosmica. Questo, però attiene all’intenzione più diretta della serie: semantizzare i tic di una generazione, metterli alla berlina, più che per esorcizzarli, per accettarli. Di meno diretto e meno accettabile, invece, c’è il racconto degli effetti che la cultura ha su Silvia e che la rendono vicina a certe donne di Woody Allen, ma irrimediabilmente lontana da Bridget Jones (probabilmente anche perché in Italia la leggerezza la scambiamo sempre per mancanza di contenuti, quindi anche un prodotto che nasce per irridere gli intellettuali, si sforza in tutti i modi di palesare l’erudizione di chi lo realizza: che fastidio).

TLRDUCC

Silvia non ha la tv, legge Bret Easton Ellis, sulle pareti della sua stanza appende stampe di Schiele e non sopporta i cliché, che per lei non sono i luoghi comuni, quanto i caposaldi del gusto pop – e questa sua confusione la rende così snob, arrabbiata, forse una spanna sopra tutti, anche del suo analista dal quale, sebbene le dica cose che già sa, non riesce a fare a meno di andare (e in questo è lei il clichè).

Silvia, soprattutto, è una ragazza volgare. Provate a guardare ogni episodio della serie: in tutti, dopo la sua apparizione, non passano mai più di un paio di minuti prima che lei dica una parolaccia. Sono così, tutte le ragazze di una certa cultura? Certo che no ed è evidente che da un prodotto di fiction non si può desumere un dato reale, ma solo una percezione da romanzare e, quindi, portare anche al parossismo.

Dalla cultura dobbiamo farci ingentilire, non appesantire. Dobbiamo farci rendere misericordiose, sorridenti, capaci di guardare davvero all’essenza delle persone e perdonarne il vestito meschino. Una ragazza con una certa cultura che non dobbiamo mai dimenticare è Rory Gilmore, la protagonista di “Una mamma per amica”, che sapeva essere anche lei cinica, ma come Doroty Parker, non come la signorina Rottermeier e non irrancidiva il suo sguardo sulle persone, non alzava mai la voce, non diceva mai “vaffanculo!”.

Reading is sexy”, era scritto su una delle sue magliette preferite. Franzen, dal canto suo, ha scritto che non esiste nulla di più sexy di una donna che legge. Tutte le ragazze di una certa cultura dovrebbero essere, allora, sensuali, accoglienti e non ciclotimiche viziate, incapaci di farsi migliorare la vita da quello che imparano, vedono, ascoltano.