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Due donne alla Corte Costituzionale: i tempi sono maturi, eccome

Due donne alla Corte Costituzionale? Lo chiede una petizione lanciata in questi giorni su Change.org, mentre dal Parlamento in seduta comune arriva l’ennesima fumata nera sull’elezione dei nuovi giudici alla Consulta e si va verso il diciassettesimo tentativo di raggiungere un accordo sui nomi. Non pare un esercizio affatto vano, in questo stallo, chiedersi se sia arrivato il momento di puntare a un piccolo, per quanto parziale, riequilibrio di genere nella composizione del più importante organo di garanzia costituzionale

“Colpisce che il Parlamento stia tentando di eleggere – ancora una volta – due uomini”, si legge nella petizione. I nomi di possibili candidate non mancano: tra le più “quotate” Giuditta Brunelli, Lorenza Carlassare e Silvia Niccolai. Ma i favoriti dei diversi schieramenti sono al momento tutti uomini.

Chissà che il tema del genere dei giudici non riesca a scaldare un po’ un dibattito a cui il paese è rimasto finora in apparenza del tutto estraneo, e portare ancora una volta l’attenzione sul problema della sottorappresentanza delle donne nelle istituzioni, che va contro l’art. 51 della Costituzione.

Può un paese che ha eletto il 30% di donne al Parlamento e quasi il 40% in Europa accettare che là dove si decide della legittimità costituzionale delle leggi dello Stato sieda, ancora oggi, una sola donna accanto a 14 uomini?

Il problema viene da lontano, affonda le radici una storia di esclusione. Le porte della Magistratura si sono aperte per le donne solo nel 1963. Quando nel 1947 l’Assemblea Costituente si trovò a decidere se riconoscere o meno il diritto di accedere a queste cariche ci fu chi sostenne, come il democristiano Antonio Romano, che: “La donna deve rimanere la regina della casa, più si allontana dalla famiglia più questa si sgretola. Con tutto il rispetto per la capacità intellettiva della donna, ho l’impressione che essa non sia indicata per la difficile arte del giudicare. Questa richiede grande equilibrio e alle volte l’equilibrio difetta per ragioni anche fisiologiche”. Fatto sta che l’Assemblea, in cui le donne erano solo 21, mancò di affermare questo diritto, e dovettero passare altri 15 anni per ottenerlo.

Sebbene oggi le donne siano quasi la metà dei magistrati i loro percorsi sono ancora pieni di ostacoli. Resta il “soffitto di cristallo” che blocca o rallenta la mobilità verticale, così come restano gli atteggiamenti ostili o di condiscendenza dei colleghi uomini. Lo racconta Paola Di Nicola in La giudice, libro-testimonianza di una donna che da vent’anni lavora nella magistratura, combattendo per vincere sui pregiudizi e affermare con coraggio la propria differenza.

Il caso della Corte Costituzionale è poi particolarmente eloquente: “Dal 1955, anno di insediamento della Corte, il Parlamento non ha mai eletto una donna come giudice; né lo hanno fatto le Alte Magistrature ordinaria ed amministrativa, cui spetta di eleggere un terzo dei giudici”, afferma la petizione su Change.org. “Su 104 giudici costituzionali, le uniche 3 donne [Fernanda Contri, Maria Rita Saulle e Marta Cartabia ndr] sono state tutte di nomina presidenziale (Scalfaro, Ciampi e Napolitano). Questo vuol dire, come percentuale totale, che solo il 2,88% dei giudici costituzionali è stato di sesso femminile. La prima giudice è stata eletta solo nel 1996, cioè a 40 anni dall’inizio di attività della Corte; e tutti i 38 presidenti della Corte sono stati uomini”.

Una semplice questione di numeri? Anche, perché è una questione di democrazia. Ma i numeri portano altro con sé, portano una differenza di sguardo capace di segnare anche il diritto. Un’iniziativa di Se Non Ora Quando – Factory lanciata in questi giorni, che si terrà a Roma il 31 ottobre, propone di rileggere, da donne, la Costituzione: 5 donne – Luisa Muraro, Michela Marzano, Lea Melandri, Giulia Bongiorno, Marilisa D’Amico – si interrogano su 5 articoli “sensibili”, come quelli sull’uguaglianza di fronte alla legge, sulle madri lavoratrici, sul matrimonio, sulla democrazia paritaria.

E se le donne vogliono riappropriarsi della Carta e del suo senso, come non volerne di più, di donne, a garantire queste regole che l’Italia democratica si è data?