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Sradichiamo le cause della mortificazione delle donne nei film

Lo studio commissionato dall’Onu sulla rappresentazione delle donne nella produzione cinematografica mondiale degli ultimi anni ha preso in esame gli Stati Uniti, l’Australia, la Gran Bretagna, la Francia, la Russia, il Brasile, la Cina, l’India, il Giappone e la Corea del Sud. Manca l’Italia. Se la Francia risulta tra i paesi più maschilisti, mi chiedo in che posto si collocherebbe il nostro paese.

Il risultato agghiacciante ma per nulla sorprendente, è che la battaglia per la parità – in termini quantitativi e qualitativi – dei ruoli femminili nei film dei paesi occidentali analizzati – perché quelli orientali sono i meno maschilisti! – rischia di essere fallimentare se non si sradicano alla base i veri motivi della mortificazione delle donne all’interno delle narrazioni cinematografiche. Ci vorrebbe una rivoluzione, non basterebbe una risoluzione Onu.

A meno che non si parli di una risoluzione rivoluzionaria, sempre che sia l’Onu ad occuparsene. Quando si tratta di andare ad esportare la democrazia nei paesi in cui le donne sono prive dei diritti fondamentali, l’Onu manda i caschi blu. E in questo caso? Dopo lo studio commissionato alla University of Southern California’s Annenberg School, l’Onu può inviare i caschi blu nelle case di produzione di mezzo mondo? Esportare modelli virtuosi per far sì che i finanziatori e i produttori si affidino al talento e alla creatività delle donne che hanno ‘’fantasia’’ per ruoli meno stereotipati?

Dove sono questi modelli? Domanda legittima al pari di quella sull’esportabilità della democrazia… si potrebbero mandare aiuti umanitari nelle riunioni di sceneggiatura quando gli sceneggiatori alle prese con i personaggi femminili non sanno a che santo votarsi. Forse prima che arrivino a chiamare le loro amiche sceneggiatrici per chiedere consigli: “Tu che sei una donna, puoi dirmi se quello che ho scritto va bene?’’.

Il risultato della ricerca parla chiaro: i pochi ruoli femminili sono quasi sempre di contorno a protagonisti maschili per lo più desideranti; sono ruoli per donne belle, disponibili e poco loquaci, oppure molto loquaci perché nevrotiche, insicure e stressate. Per chi, come me, ha cominciato a fare cinema in Italia agli inizi degli anni duemila, questa è storia vecchia e digerita. Sono gli stessi dieci anni trascorsi a discutere se era meglio essere come Ruby Rubacuori o come la protagonista di Scusa ma ti voglio sposare… gli stessi che hanno alimentato il mito della disponibilità a tutti i costi e ucciso quel che rimaneva del confronto culturale nel nostro Paese.

Oggi bisogna alzare il tiro: la questione non è più portare al cinema un maggior numero possibile di ruoli di donne manager e meno ruoli di fidanzatine, mogli, amanti e prostitute, la questione è capire una volta per tutte che questo non è più sufficiente. Sarebbe come perseverare nell’adottare il punto di vista dominante che si basa sul mito della forza, lo stesso che negli anni Ottanta sdoganava la donna competitiva sul lavoro al pari dei suoi colleghi maschi.

Vorrei non doverci più pensare, occuparmi solo delle storie che voglio raccontare, senza preoccuparmi di rispondere a domande sul perché sia una donna e non un uomo la protagonista del mio film Con il fiato sospeso, in cui Alba Rohrwacher interpreta una ricercatrice universitaria di chimica farmaceutica, appassionata e preparata quanto lo scienziato più intelligente e creativo del mondo.