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Si dice “ministra” perché se i tempi cambiano, cambia anche la lingua

“Madia: il ministro è incinta”, oppure “La presidenza va al marito dell’assessore”. Abbiamo forse fatto l’abitudine a leggere due volte titoli simili prima di capire il genere della persona di cui si parla, o prima di escludere l’ipotesi che siano stati finalmente approvati i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Eppure la sensazione straniante che producono frasi come queste è indicatrice di un problema d’uso della lingua che merita la giusta attenzione. Se ne è parlato ieri alla Camera, insieme a Laura Boldrini, in occasione della presentazione del manuale Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano della linguista Cecilia Robustelli, curato e promosso dalla rete di giornaliste Gi.U.Li.A.

Ci aveva già provato trent’anni fa Alma Sabatini con le sue Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, commissionate dall’allora Presidenza del Consiglio e poi rimaste totalmente inascoltate. Ma è il mutare della società a chiamare un cambiamento nella lingua, e ciò che ieri, quando le donne in posizioni apicali nella politica e nelle professioni erano ancora mosche bianche, poteva apparire come provocazione o ideologia, oggi pone un problema che riguarda tutti e tutte. Anche se la risposta, che in fondo è di una semplicità estrema, non piace affatto a tutti. E nemmeno a tutte.

Quando Renzi ha nominato otto donne nel suo governo, nelle redazioni si è insinuato il dubbio: come dobbiamo chiamarle? Ministri, ministre, ministri donna, donne ministro? Si può e si deve usare ministra, al femminile, insegna la guida di Gi.U.Li.A. Per una ragione molto chiara: perché, come dice Cecilia Robustelli, “il genere è un parametro fisso come lo è un numero, è un meccanismo regolatore della nostra lingua”, ovvero l’italiano a differenza di altre lingue prevede il femminile per i nomi mobili – come deputata, sindaca, chirurga, inviata, caporedattrice – o l’articolo femminile davanti a forme che non variano come la presidente, la docente, la violinista, la preside…

Dunque, perché non usarle? Si obietta: “certo che suona proprio male”, oppure “ma non sembrerà ironico o sminuente?”, o ancora “scusa ma se il ruolo è al maschile non è sbagliato declinarlo al femminile?”. Gli argomenti linguistici sono confutati dall’Accademia della Crusca, che per voce della presidente onoraria Nicoletta Maraschio spiega che le forme al femminile sono da accettare e utilizzare, perché la lingua si deve evolvere in risposta ai cambiamenti culturali.

Il rischio, al contrario, è che la lingua resti un baluardo di conservazione di un ordine tradizionale e di una visione del mondo superata, in cui lo spazio pubblico della politica e del lavoro era appannaggio del genere maschile. Perciò concordo con Laura Boldrini quando dice “il problema non è la cacofonia dei termini, è che non si vuole assorbire il concetto che se un mestiere è fatto da un uomo si declina al maschile, se è fatto da una donna si declina al femminile. Non accettare la declinazione al femminile significa non accettare un dato di fatto: che i tempi cambiano, che anche la lingua cambia, che certe posizioni di responsabilità possono essere per uomini e per donne, e che le donne possono ‘osare’ di volerle raggiungere”.

Alcune, quando rivestono ruoli di rilievo, si mostrano ancora restie a farsi nominare al femminile. Il perché è evidente: in una cultura che fa di tutto per rimetterle al loro posto, escluderle dalle decisioni, respingerle in posizioni subalterne, rivendicare il maschile sembra il modo più sicuro per affermare la propria autorevolezza. Una ministra come Maria Elena Boschi, che da quando è al governo trova quasi ogni giorno il suo “lato B” in mostra sui giornali, pensa probabilmente che farsi chiamare ministro la metta più al riparo da queste forme di contrattacco. Invece non è questa la strada.

Non solo, come dice Cecilia Robustelli, “non esistono due opzioni, il femminile è ministra”, ma è proprio facendo esistere la differenza che le cose possono cambiare. Nel mio piccolo, è un obiettivo a cui ho contribuito con le voci sul “genere” nella guida contro il linguaggio discriminatorio Parlare civile (Bruno Mondadori, 2013) che da alcuni giorni è anche un sito web. Vi sostengo che nelle diverse lingue il fatto che determinati termini, in particolare quelli relativi a cariche, professioni, titoli onorifici siano declinati anche al femminile oppure si usino solo al maschile (o ancora che cambino significato se volti dal maschile al femminile, come segretario/segretaria, rimandando nel secondo caso a ruoli più umili) è indicativo del modo in cui la cultura organizza le appartenenze di genere: i ruoli, le possibilità di carriera e prestigio, che derivano dall’essere uomo e donna. E questo, a sua volta, ha importanti effetti sul diverso modo in cui uomini e donne, fin dall’infanzia, imparano a concepire e rappresentare se stessi.

Non sarà un caso che solo da noi le forme femminili facciano fatica ad affermarsi. In Francia si dice la ministre, la présidente, la juge, la conseillère. In Spagna si parla di presidenta e profesora. Quanto ad Angela Merkel, è naturalmente Frau Kanzlerin.