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Dal New York Times a Le monde forse la questione è di genere

A poche ore dall’annuncio, sorprendente, del licenziamento di Jill Abramson da direttore del New York Times, i retroscena più quotati non fanno che alimentare il sospetto che si tratti di una questione di genere, che fanno resuscitare nei confronti del grande quotidiano americano vecchie accuse di maschilismo. Al posto della sessantenne Abramson, in sella da appena due anni, un caporedattore uomo, Dean Banquet, più giovane (ha 57 anni), grande giornalista, che passerà alla storia anche per essere il primo afroamericano a dirigere il Times.

A leggerla come fa Politico per cui «le ragioni del licenziamento non sono ancora chiare», si tratterebbe di una questione di «management», non di qualità del prodotto da lei realizzato in questi due anni: prodotto, è bene sottolinearlo, che ha ottenuto grandi risultati soprattutto guardando alla proiezione del Times in un futuro digitale sempre più brillante.

Vedendola come fa il New Yorker  sarebbe una questione economica: Abramson avrebbe chiesto di adeguare pensione e stipendio da lei maturati negli anni precedenti alla direzione, avendo scoperto che sarebbero stati diversi da quelli di altri colleghi – in particolare di Bill Keller, che l’ha preceduta in entrambi gli incarichi.

Non sarebbero poi piaciute le nomine da lei fatte, come l’ipotesi di assumere – ma senza successo –, una giornalista del Guardian senza discuterne con nessuno, uno dei fattori di scontro con l’editore Arthur O. Sulzberger. E proprio il charmain della Nyt Company – come scrive lo stesso Nyt – ha poi dovuto prendere in considerazione le «lamentele della redazione nei confronti di una donna che divide», ponendo proprio una questione di leadership. Altro conflitto si sarebbe consumato con il ceo Mark Thompson, a proposito delle pressioni della gestione business su quella editoriale: Abramson avrebbe contestato le sempre più pesanti ingerenze della pubblicità anche nel posizionamento rispetto agli articoli.

Ma così i conti non tornano. Jill Abramson ha sempre detto che «amava il suo lavoro al New York Times», si era addirittura da poco fatta tatuare sul dorso la iconica “T” gotica, simbolo del quotidiano più famoso al mondo. Sotto la sua gestione, ha portato a casa grandi successi, ha ottenuto numerosi riconoscimenti per gli sforzi fatti per entrambe le edizioni, digitale e cartacea: e i numeri le danno ragione, con 22 milioni di utile solo nel primo trimestre di quest’anno ed entrate per 390 milioni di dollari però da oggi non siede più là.

La prima direttrice donna del Nyt, la stessa che ha incrementato il fatturato del 2,6 per cento e gli introiti pubblicitari, oggi è dunque scalzata via dalla sua posizione senza che neanche valga per lei la consueta regola di rimanere in carica fino ai sessantacinque anni.

Magari ci sbagliamo, eppure siamo ancora lì a fotografare una donna che oggi è un gradino un po’ più in basso. Perché anche se nel migliore dei casi è stata fatta fuori per aver voluto solo sollevare la questione economica, il gender gap non l’abbiamo colmato neanche un po’. Cosa dobbiamo pensare, se per ogni passo avanti che si fa verso il raggiungimento della parità di genere, se ne fanno sempre due indietro?

L’eco che arriva da Parigi peraltro non ci riconforta. Qui il colosso deve fare i conti col fatto che l’altra importante direttrice donna di un grande giornale, Natalie Nougayrède, mollasse sotto la pressione di una redazione insoddisfatta insorta contro una giovane direttrice che lavorava a un duro piano di rilancio. No, a Parigi non tira un’aria migliore. Ma magari ci sbagliamo. In attesa di avere ulteriori informazioni cerchiamo almeno di non ridurre tutto a una questione di “palle” perché, come scrive saggiamente Mary Elizabeth Williams su Salon non è con l’essere più o meno pushy che vogliamo arrivare alla parità.