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Violenza contro le donne: il cambiamento deve partire da linguaggio, stereotipi, educazione

La violenza contro le donne non è un’emergenza occasionale ma una tragedia sociale cronica, ormai strutturale: è una questione politica che riguarda tutti. Ecco perché occorre agire a livello di sistema, modificando le condizioni strutturali del lavoro e culturali in cui donne e uomini convivono.

Occorre agire per finanziare i centri antiviolenza, per inasprire pene e controlli, per valutare l’impatto di genere della politiche pubbliche, ma soprattutto per produrre un cambiamento profondo di contesto culturale, mentalità, abitudini e sistemi di potere che sono oggi maschilisti e discriminatori. Dobbiamo agire per migliorare le effettive condizioni di vita e di lavoro delle donne per consentire davvero libertà, autonomia e autodeterminazione facilitando l’accesso a lavoro e carriera, ridisegnando il welfare, partendo dalle persone, e dalle persone che lavorano, agendo quindi su servizi, conciliazione e condivisione dei tempi privati e di lavoro.

In questo senso il percorso iniziato a novembre del 2013 con la presentazione da parte di Intervita di “Quanto costa il Silenzio”, prima ricerca nazionale sui costi della violenza di genere, proseguito con il tour nei territori e conclusosi ora con il report finale “Quali investimenti per le strategie di contrasto alla violenza sulle donne?”, si pone con merito all’interno del percorso di cambiamento avviato con la ratifica della Convenzione di Istanbul nel giugno dello scorso anno.

La Convenzione è infatti il punto più avanzato del diritto internazionale: il primo trattato che riconosce la violenza sulle donne come violazione dei diritti umani e invita ad agire a tutto campo per fermarla. La conoscenza dei costi economici e sociali della violenza è il primo passo per rendere concreta l’azione, oltre che un fattore di consapevolezza e responsabilizzazione che può aiutare ad allargare il fronte di chi si batte per il cambiamento.

Occorre, in primo luogo, superare l’idea che la lotta alla violenza contro le donne sia un tema da donne e una battaglia solo al femminile: i dati sul costo della violenza indicano come sia tutto il paese a rimetterci. A fronte dei costi della violenza ci sono i possibili valori positivi che un paese a misura di donne porterebbe in dote a tutte le persone, in termini di benessere economico e sociale.

Il cambiamento deve partire da tre punti: linguaggio, stereotipi, educazione.

Il linguaggio è l’insieme dei modi con cui diamo senso alla realtà e comunichiamo. Nel linguaggio si formano e risiedono gli stereotipi, che sono le immagini mentali con cui rappresentiamo la realtà.

Gli stereotipi non hanno nulla di naturale, ma presentano il vantaggio di categorizzare, di rendere semplice ciò che è complesso. Sono una forzatura cognitiva, che elimina profondità e differenze. Perché nel terzo millennio è così difficile adeguare al genere il linguaggio? Si tratta di una questione di potere. Il mondo parla e si rappresenta visivamente al maschile, perché maschile è stata da sempre la storia della società. In Italia in particolare c’è forte resistenza nel superare un modello culturale maschilista, che non concepisce le donne in posizioni di pari potere. Una responsabilità in questo senso ce l’ha il sistema mediatico e dell’informazione, che tranne poche eccezioni non ha saputo in questi anni fronteggiare il decadimento culturale che ha accentuato il peso degli stereotipi e delle discriminazioni di genere.

L’intervento educativo è l’unico strumento che abbiamo per contrastare gli stereotipi restituendo alla nostra rappresentazione del mondo e dei generi profondità e complessità, uguaglianza e differenza. L’educazione, ancor più se attenta a superare stereotipi e ad usare un linguaggio rispettoso di identità e differenze, è il mezzo più potente per cambiare il mondo e per produrre una società più giusta e con meno violenza.

Servono regole, serve condivisione, e cambiamento culturale perché la parola “femminicidio” sia contrastata dal profondo dei comportamenti degli uomini, per avere nuove donne, nuovi uomini e una società più umana e civile.