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Il panel monogenere? Andiamo, non siamo più nel Medioevo

Possibile che nel nostro paese le battaglie per il pluralismo siano ancora tutte da iniziare? E che non smettiamo di trovare spunti per criticare la disparità di genere? Ultimo esempio, ma solo in ordine cronologico, è un gustoso convegno organizzato dall’Osservatorio permanente giovani editori per discutere di “Young Factor”. E chi è stato chiamato ad illuminare le giovani menti dei liceali che converranno a Milano attratti da un simile richiamo? Venti, dicasi venti relatori, personalità del mondo della finanza, dell’economia e del giornalismo, tutti rigorosamente uomini.

Un panel monogenere mica male, che non poteva passare inosservato. Lo ha notato ancora una volta l’attenta Paola Diana di Parimerito, che ieri lo ha segnalato su Twitter: “Più che Young Factor direi Maschilist Factor! 20 relatori SOLO uomini: ma per voi è normale?” La stessa Diana, tanto per ricordare, già due anni fa criticava un’iniziativa analoga parlando di convegni a sesso unico: “Ci risiamo, ancora convegni in cui fra i molteplici relatori non figura neanche una donna, nonostante le numerosissime professioniste esperte in ogni campo, che con il loro lavoro ed impegno fanno crescere il nostro paese. Vi invitiamo a protestare e far presente agli organizzatori che siamo nel 2012, non nel Medioevo”.

Il suo cinguettio di ieri non è passato inosservato, visto che ha replicato “la protesta monta. + di 20 associazioni, milioni di donne dicono basta ai panel monogenere”. Sui social è stato un vivace pomeriggio, con un dibattito che oscilla tra giustificazioni del tipo “non ci sono donne ai vertici” e numerose segnalazioni di possibili esperte, che esistono in tutti i settori e che certo potrebbero trovare più spazio. Questo accade in Italia proprio mentre c’è una grande attenzione alle questioni di parità e in una fase in cui la società ha più che mai necessità di fare delle donne nuovi modelli di riferimento.

Due aspetti di questa vicenda colpiscono in particolare. Innanzitutto l’idea che il futuro del nostro paese al momento possa offrire soltanto questo. E il malcelato pensiero che per suggerire soluzioni, superare le difficoltà e andare “oltre la crisi”, quella che dovremo disegnare scommettendo sul “fattore giovani” per ricominciare a sognare, possiamo affidarci solo a un pezzo di paese. Per i nuovi modelli c’è tempo.

In secondo luogo, c’è da fare i conti con l’Italia vista dagli altri: ancora una volta sembriamo qualcosa che non siamo, la democrazia che ha i numeri per sedere al G8 ma che sbaraglia i compagni di tavolo per record negativi, schiacciata da tante di quelle contraddizioni che oramai sembrano una seconda pelle. Perché l’Italia del veloce Renzi, che ieri contemporaneamente twittava compulsamente da Palazzo Chigi in nome del cambiamento, è ancora tutta da raccontare. Ma c’è tutta quell’Italia fatta di grandi talenti femminili troppo nascosti, ricacciati nel buio dalle solite scuse (“al convegno ci serve un nome”), che nutre il solito serpente che si morde la coda.

Come se non perdesse mai un’occasione, il nostro paese con tutti i suoi piccoli pezzetti rischia di restare quello che è, un vecchio stanco che continua a far parlare solo una parte di mondo. Poveri noi se neanche riusciamo a immaginare un convegno in cui una donna possa esprimersi per qualche minuto tra una slide e l’altra. Che biglietto da visita, per parlare ai giovani di futuro.

Organizzatori, ispiratevi: fate come in Svezia e Norvegia, dove già quattrocento businessman hanno firmato la campagna #tackanej, lanciata a novembre scorso da tre uomini, per dire qualcosa di diverso è possibile, annunciando che non prenderanno mai più parte a convegni in un cui non siano previste relatrici donne.

Ecco, si può fare in un altro modo. Anche nella felice Scandinavia c’è bisogno di battaglie come questa, ma da lì una risposta giusta è già partita, l’errore è stato riconosciuto. E non è sempre questo il modo migliore per crescere?