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Gli adulti imparano (e insegnano) la relazione tra uomini e donne

“Vivere senza confini”, recitava lo spot pubblicitario di un’azienda di telefonia, evocando libertà, superamento dei limiti e, naturalmente, la possibilità di raggiungere tutti ed essere raggiunti. Divertita ed appena inquieta, mi domandavo se il successo del messaggio potesse derivare dalla soddisfazione del desiderio, inconscio e universale, di eludere le angosce che accompagnano la dimensione della separatezza.

Sono angosce che frequento nella quotidianità della pratica clinica, quando aiuto i miei pazienti a tracciare i confini tra sé e l’altro, nella faticosa costruzione dell’identità, della quale l’identità di genere è una parte, rinunciando alle infantili illusioni di onnipotenza, parallelamente alla consapevolezza dei propri limiti e della propria incompletezza.

La fatica di diventare se stessi è più lieve quando la coppia genitoriale è in grado di riconoscere l’individualità dei propri figli. I cosiddetti conflitti evolutivi, nella dialettica tra spinte maturative e regressive, si giocano nella dimensione intrapsichica e in quella relazionale. Allora, il sostegno alla crescita si esprime anche nella capacità di accogliere nel rapporto, senza paura, quella quota di sana aggressività che si pone al servizio della separazione e della differenziazione psicologica.

La madre di tutte le violenze è non riconoscere l’altro come separato e diverso da sé. Questa incapacità genera le più deprecabili forme di violenza sui più deboli, bambini e donne, emarginati o “diversi”, ma anche le violenze psicologiche, poco appariscenti o del tutto occulte, che si consumano inconsapevolmente nella quotidianità della vita familiare: la latitanza affettiva e normativa, le forme narcisistiche del “troppo amore” e della visione sacrificale della genitorialità, ipoteche sull’autonomia psicologica dei figli, caricati di debiti inestinguibili.

Accanto all’aiuto e alla comprensione delle vittime, non ci si può esimere dal compito di continuare a cercare le radici più profonde della violenza: grandi traumi o piccoli traumi cumulativi, ma soprattutto una rappresentazione di sé e dell’altro, nella relazione violenta, che riconduce a una crescita infelice e disarmonica. Gli episodi di violenza, agita in qualunque forma, sul genere femminile ci indignano e ci inquietano, mentre ci obbligano a riflettere sul fatto che non bastano le leggi, le battaglie ideologiche e politiche a garantire una buona e rispettosa relazione tra uomini e donne.

I pregiudizi che preludono ai comportamenti più deprecabili sono una difesa dalle angosce profonde di persone dalle fragili identità, quando l’appartenenza ad un genere, immaginato come “forte”, diventa il tentativo di una pseudo-definizione di sé o di precarie compensazioni alla propria inconsistenza.

Per queste considerazioni, accolgo con entusiasmo il progetto “Gli adulti imparano, gli adulti insegnano la relazione tra uomini e donne”, organizzato in alcune scuole delle periferie romane dalla giornalista Monica Pepe, responsabile di Zeroviolenzadonne.it.

Occupandosi degli adulti che si occupano di bambini, si può tentare il passaggio dalla informazione alla formazione di educatori più consapevoli delle necessità dell’infanzia, ma anche dei propri bisogni, dubbi e, soprattutto, delle funzioni educative… alla ricerca dei ruoli perduti. La prevenzione della violenza consiste anche nel creare le condizioni per una buona crescita, che consenta di divenire persone capaci di riconoscere la diversità come ricchezza nello scambio con l’altro.