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Il silenzio di Hollande: difesa della privacy o fuga dalle responsabilità?

C’è qualcosa che proprio non torna in questo affaire made in France. Ed è il silenzio prolungato, infinito, pesantissimo scelto da François Hollande: l’uomo, prima ancora che il presidente della repubblica francese, semplicemente non parla, mentre ha intorno a sé, più o meno vicine, tre donne costrette loro malgrado a dire delle cose.

Sono già due settimane che rimbomba il caos mediatico provocato dal magazine Closer. Da quando impazzano quelle foto che ritraggono la coppia Gayet-Hollande, che ne hanno consacrato l’esistenza svelando al mondo quello che i francesi mormoravano da un pezzo (ma DSK non ha insegnato proprio niente?), passando per “la” conferenza stampa d’inizio anno – quella zeppa di giornalisti che Monsieur le Président ha trasformato in un appuntamento rituale – da quel venerdì insomma, François si trincera dietro a una sfilza di “non detto” che farebbero impazzire qualunque donna. Con conseguenze inevitabili per tutte e tre.

Ségolène ha sessant’anni, la gran parte passati al fianco del socialista François: insieme sono l’icona del privato che si fonde col politico, il simbolo di quelle storie d’ una vita che attraversano la Storia. Si sta dedicando più che mai alla sua carriera, in ogni caso ad altro, ma deve correre a smentire quello che dicono di lei, dall’essere l’autrice del complotto contro l’ex compagno all’essere andata a trovare Valérie per “solidarietà” in ospedale. Gli eventi di questi giorni la portano – e quale donna mollata dal proprio uomo non detesta questa più di ogni altra cosa? – a ripiombare nel tunnel di una storia finita anni prima (e come…) con immaginabili quanto fastidiosi annessi.

E che dire di Valérie, da amante a compagna e da première dame a ex compagna in un tempo assai breve, costretta per giorni in un letto della Pitié Salpétrière e poi a un esilio, seppure in grande stile alla Lanterne di Versailles, dal più comprensibile dei bleu, la profondissima angoscia che marca il tornante della sua vita attuale. Come non capirne la disperazione, la fragilità di una difesa resa ancora più ardua dalla distanza fisica – non è lì con lui a litigare, a discutere, magari a gridare a François quel sonoro “vattene” che tutti le suggeriremmo ­– e, non è un dettaglio, non sarà certo lui a dover lasciare la dimora per quell’altra dimensione che comporta, va da sé, l’erranza.

Julie, infine, gioca tutta un’altra partita. La storia le fa incarnare il ruolo dell’altra, l’amante, “antipatica” per collocazione (a voler solidarizzare con la “tradita” di oggi). Con i suoi quarantun anni è la più giovane delle tre: il suo sorriso è ovunque negli scatti che hanno già cambiato la storia di Francia, ma anche lei più che altro parla perché è chiamata in causa, per smentire, come ha fatto assicurando di non essere incinta, o per chiedere giustizia. Parla, come ha fatto appunto con Closer, contro cui aveva già agito a marzo, rivendicando i danni per essere stata sbattuta in prima pagina (ma 50mila euro sono tanti o pochi?), e per lei parla anche l’ex marito, che la dipinge come “tranquilla” in questo mare mosso che non accenna a placarsi.

Non avrebbero voluto, evidentemente, ma tutte e tre devono esprimersi. Tacendo lui, François, l’uomo che hanno in comune, rafforzano una linea che sembra incomprensibile non solo alla stampa anglosassone, che un po’ liquida la vicenda con un sottotesto che suona come “si sa come sono i francesi”, ma anche a chi le osserva in questi giorni sotto la luce accecante dei media.

La strategia del presidente schiaccia tutti. Lui dice che ha bisogno di privacy, che le sue scelte non c’entrano col ruolo, con la figura presidenziale, mentre il mondo gli chiede conto, lo ammonisce appunto a parlare, lui sta lì imperturbabile, una “lama d’acciaio” al suo interno. Più tace, più si rafforza (ma alla fine sarà davvero così?). E diventerà pure, giura qualcuno, il primo presidente single della storia di Francia.

Una settimana, poi due, e chissà quanto tempo ancora si prenderà il silente Hollande fino all’11 febbraio, quando il fatidico aereo per Washington decollerà. Un mese è un tempo lunghissimo per la politica 2.0, ma lui ripete solo “non è il luogo né il momento per parlarne”: il suo tormentone. Prima o poi, però, dovrà pur dire qualcosa, Monsieur le Président. E smetterla di nascondersi dietro alle (tre) gonnelle.