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Sbatti la suora-mamma in prima pagina

Chiede solo di essere lasciata in pace. «Ho bisogno di tanta tranquillità», dice e chiede: «Voglio stare lontana da questo clamore, da sola con mio figlio. Tutto questo clamore mi ha scioccata, persino nel mio paese ormai tutti conoscono la mia storia e sono molto meravigliata del clamore».

È la supplica ai giornali della donna che venerdì scorso ha partorito un figlio nell’ospedale di Rieti. L’ha chiamato Francesco, come il papa. Supplica ingenua e inutile. La sua storia è un boccone troppo ghiotto, perché non continuino a divorarla. E alle prime puntate se ne aggiungono altre, sempre più intriganti. Come il mistero della rosa rossa: chi gliel’ha fatta avere?

Tremendo, spietato, il meccanismo della cronaca, non è vero? Lo sappiamo. Eppure è difficile rassegnarsi all’idea che, portata d’urgenza in un ospedale pubblico per dare alla luce un bel bambino, una donna debba finire nel referto medico con la qualifica di “suora”, con i medici che s’infischiano della riservatezza professionale, imposta dalla legge e dal loro giuramento, e facciano sapere al mondo intero, nel giro di pochi minuti, che una monaca ha partorito nella loro sala parto. Così, della paziente si sa tutto, ma proprio tutto, nome e cognome e il resto. Sembra ovvio, naturale, tutto questo. Non è stato anche Avvenire a occuparsi della vicenda?

E dire che viviamo tempi in cui si strepita – e giustamente – perché si spiano le vite degli altri, e anche le nostre, perché ci “profilano” senza tregua, e pure i servizi americani lo fanno. Ma non si dice una parola sul sacrosanto diritto di una donna, qualsiasi donna, di partorire in un ospedale pubblico, potendo essere trattata con il massimo rispetto e con la massima tutela.

Essendo pure salvadoregna, perché porsi tanti problemi? La vicenda ha assunto contorni di intrusione illimitata nella vita dell’ormai ex suora. Sulla cronaca di Rieti del Messaggero leggiamo quel che ha confidato alla dottoressa Anna Fontanella. È l’assistente sociale che la segue e che trasmette quasi in tempo reale ai giornali quel che le racconta la sua assistita, compresi naturalmente i dettagli che tanto piacciono ai cronisti, a proposito della vita intima della ex suora. Anzi, fa sapere la dottoressa Fontanella di «non averle ancora chiesto i particolari del concepimento, né notizie sul padre del bimbo. La neo mamma si trova ancora in una situazione di profonda metabolizzazione per quel che è accaduto. In questi casi si procede per gradi e quando sarà pronta a parlare di tutto, a raccontare la sua esperienza, potremo capire meglio tante cose. Anche quello che è accaduto durante il viaggio in El Salvador». Bene, aspettiamo con ansia che “metabolizzi” e che poi la dottoressa tenuta al segreto professionale – che obbligo banale e superfluo! – ci faccia un fedele resoconto dei nuovi sviluppi della storia. Che s’aggiungeranno alle immancabili foto della puerpera e del bambino.

Una volta messa in piazza la storia reatina, chi si è comportato meglio è stato il vescovo della città. E le sorelle del convento. Hanno reagito con sobrietà, esponendo certo il loro punto di vista di religiosi, ma con misura, senza “scomuniche”, semplicemente prendendo atto dell’accaduto.

La chiesa cattolica sta evidentemente imparando a misurarsi con quest’ordine di problemi. Diversamente dai tanti, nel mondo laico, a cui piace restare attaccati a vecchi e pruriginosi cliché, come quello della suora peccatrice.