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Caro Matteo Renzi, le questioni di genere esistono o no?

Una maggioranza di donne nella segreteria del più grande partito del paese è di per sé una bella notizia. Lo è di più quando è il risultato delle decisioni di un candidato vincente che ha deciso, non troppo comprensibilmente, di non dedicare ai temi che riguardano le donne un capitolo specifico della sua agenda politica. È una buona notizia perché significa che le istanze della democrazia paritaria hanno aperto un varco permanente nel corpo del partito, e forse di ogni futuro centrosinistra che si proporrà alla guida del paese.

Non solo, ma proprio perché non è stata preceduta da dichiarazioni programmatiche la scelta di Renzi segnala forse qualcosa in più: la crescita di una classe politica di donne 30-40enni che si spera possano assumere in un futuro non troppo lontano le posizioni di leadership per cui sono scarseggiate o mancate totalmente, in questa tornata di primarie come nelle precedenti, persino le candidature. Interessante anche che questo avvenga nel giorno in cui l’Istat diffonde un rapporto sugli stereotipi di genere che, mentre conferma la loro esistenza e i rischi di discriminazione che ne derivano, segnala anche importanti avanzamenti verso una concezione paritaria dei ruoli di uomini e donne, in famiglia e nella sfera pubblica, specialmente tra le nuove generazioni.

Resta da capire che tipo di orientamento dobbiamo aspettarci nelle politiche di genere da un segretario del Pd che ritiene, come ha scritto Lorenza Bonaccorsi su Donneuropa, che “non esistono questioni di genere”.

La cancellazione con un colpo di spugna di un patrimonio di riflessioni e pratiche politiche che si sono alimentate del pensiero femminista e ne hanno cercato una traduzione istituzionale è un segnale poco incoraggiante, in un paese in cui la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è ancora oltre 20 punti sotto il dato che riguarda gli uomini, mentre la disparità salariale ci fa precipitare al 124esimo posto su 136 paesi nel Global Gender Gap Report: per capirci, una italiana in media guadagna 0,47 centesimi per ogni euro guadagnato da un uomo.

Insomma, il cammino della modernizzazione del paese sotto il rispetto delle condizioni di vita e lavoro, della piena cittadinanza, della valorizzazione di culture, talenti, competenze delle donne è ancora lungo. E affrontarlo equipaggiati del solo bagaglio dei servizi rivolti alle famiglie, che spesso emergono come la bussola del Renzi-pensiero, rappresenta un passo indietro rispetto all’affermazione di soggettività femminili autonome, non relegate nei ruoli funzionali di moglie o madre.

Se fiducia è da riporre, è certamente nelle donne che comporranno la nuova segreteria, che forse hanno avuto un ruolo nel piccolo cambio di stile che è avvenuto tra il discorso della vittoria, in cui il tema “genere” non è mai stato nominato, e la conferenza stampa di ieri, in cui commentando la nomina di Marianna Madia, giovane madre con un secondo figlio in arrivo, Renzi ha ricordato lo scandalo delle dimissioni in bianco. Una ferita ancora aperta dai tempi dell’ultimo governo di centrodestra, che dimostra come un problema di discriminazione, una “questione di genere”, in Italia esiste eccome.

Tra reticenze e assunzioni di impegno verso un’agenda politica femminile capace di dare uno scossone all’arretratezza dell’Italia anche da questo versante, si tratta di vedere il nuovo segretario che strada sceglierà.