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Le registe al Torino film festival c’erano, eccome

Torino si chiude nel segno del buon cinema e di una grande attenzione alla creatività delle donne: oltre trenta, in tutte le sezioni, l’altra metà dei film in programma, da quelli delle più internazionali (e indipendenti) Christina Koutsospyrou e Danielle Lessovitz (la prima, greca, ha studiato cinema a Londra, l’altra è una documentarista indipendente americana), alla venezuelana Mariana Rondòn, vincitrice del premio alla sceneggiatura per Pelo Malo, all’interessante Justine Triet (La bataille de Solferino), passata per la prima volta dal documentario al film di finzione, tra giornalismo e politica, ovviamente alle nostre Francesca Archibugi, Antonietta De Lillo, Alice Rohrwacher, ad un’attrice ora regista come Valentina Carnelutti (struggente e tenero il suo corto d’esordio Recuiem, vincitor della sezione Italiana.corti).

Chissà cosa direbbe Barbara Loden, autentica pioniera del cinema al femminile, di fronte a quest’inatteso risveglio mondiale? Se la sua Wanda, protagonista all’inizio degli anni Settanta di uno “scandaloso” manifesto di libertà pre-femminista, si chiedeva “Quando una donna guadagna la sua libertà, poi che se ne fa?”, le ragazze del cinema di oggi conoscono bene la risposta. E stanno dimostrando concretamente che anche sullo schermo c’è un “qui e ora”.

I primi segnali si erano avuti a Roma un anno fa, a dispetto delle polemiche sul primo festival mulleriano, con i film firmati da Valerie Donzelli, da Alina Marazzi, dalla più giovane Susanna Nicchiarelli e, andando a memoria, da nomi come Feng Xiao, Marina Pierro, Stephanie Argerich, figlia della grande pianista Martha (con una coraggiosa storia autobiografica) e, ancora Kira Muratova e Marjane Satrapi.

Venezia – che ha confermato anche nell’ultima edizione un’attenzione speciale alle donne – aveva già rotto il fronte: dopo l’opening originalmente dedicato ad una signora del cinema internazionale come Mira Nair, aveva rilanciato Valeria Sarmiento, Hiam Abbass, Xan Cassavetes, Haifaa-al-Mansour e Susanne Bier, per non dimenticare Giada Colagrande e un’enfant prodige come la canadese Sarah Polley alle Giornate degli Autori.

Con la Torino di Paolo Virzì – e mi permetto di aggiungere l’attenzione storica di un pilastro come Emanuela Martini – il cerchio di questo primo atto di un nuovo corso si chiude alla perfezione. Comprendendo certamente un paio di ritratti “torinesi” in questo senso memorabili: la storia di Piera, di cui la Degli Esposti è come sempre mattatrice (pur in un documentario firmato da un regista) e soprattutto la rilettura femminile da parte di Antonietta De Lillo di una Merini d’autore con la sua poesia, la sua irruenza, la sua forza meravigliosa. In un cinema di documenti e di parola che, proprio grazie alle sensibilità e all’attenzione delle registe, mai come quest’anno, disegna un percorso diverso. Almeno fino al prossimo Festival?