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Di fronte alla violenza contro le donne le istituzioni non possono restare indifferenti

Il 25 novembre è la data scelta dall’Onu nel 1999 per rinnovare l’impegno di tutte e di tutti contro la violenza maschile che colpisce le donne. È una violenza che ha mille forme, come la tratta, la prostituzione forzata, lo stupro, i maltrattamenti domestici, lo stalking, le molestie e i ricatti sul luogo di lavoro. È una violenza che ha mille volti: quello dell’uomo che dice di amarci, che abbiamo sposato, di tanti uomini di cui ci siamo fidate e cui talvolta abbiamo consegnato la nostra vita.

I dati sono impressionanti, e indicano come la violenza sia esercitata in tutti i ceti sociali, qualunque sia il grado di istruzione dei carnefici e delle vittime. L’Istat ci parla del 31,9% di donne tra i 16 ai 70 anni vittime di violenze fisiche o sessuali, il 18% ha subito almeno una violenza fisica, il 24% almeno una violenza sessuale. Il 46,3% delle donne che vengono uccise muore per mano del suo partner. In particolare il 35,6% sono state uccise dall’uomo con cui vivevano, il 10,6% dall’uomo che avevano lasciato.

Gli omicidi di donne sono circa il 30% degli omicidi, una quota in costante aumento negli ultimi venti anni – nel 1992 erano l’11% – dal momento che è diminuito il numero di uomini uccisi, soprattutto per via della diminuzione degli omicidi di stampo mafioso, che hanno come vittime quasi esclusivamente gli uomini.

Di fronte a questa tragedia le istituzioni non possono restare indifferenti né permettersi di agire in modo frammentario, episodico, superficiale. Il governo è impegnato con forza in questa battaglia, e ha approntato il decreto 93 che è stato convertito nella legge 119 dal parlamento il 15 ottobre. Questa legge rappresenta una novità non solo perché per la prima volta nel nostro ordinamento è riconosciuto che la violenza di genere si esercita soprattutto nelle relazioni e in casa, ma perché finanzia in modo strutturale – da ora e per sempre – i Centri antiviolenza che fino ad oggi si sono sostenuti con episodici e disomogenei contributi da parte del Dipartimento delle Pari Opportunitá e degli Enti decentrati, ma soprattutto con il volontariato.

Ho voluto fortemente, inoltre, che la legge 119 prevedesse un piano d’azione per prevenire la violenza. Il nostro obiettivo è intanto il riordino e la riorganizzazione di quello che già esiste in tutte le amministrazioni dello Stato, per creare un’efficiente rete di servizi pubblici e privati che possano prevenire, combattere e perseguire la violenza di genere, prendersi cura delle donne che la subiscono e la denunciano, garantendole in tutte le fasi del processo e poi della riabilitazione, nel ritorno a una vita serena sia dal punto di vista affettivo che da quello lavorativo. Nella costruzione di questo piano nazionale, che intendiamo approntare entro gennaio, sono coinvolte sette amministrazioni, oltre a comuni e regioni. Ai lavori partecipano anche rappresentanti delle associazioni.

Le leggi sono necessarie e indispensabili, ma per combattere efficacemente la violenza di genere è necessario che gli uomini prendano coscienza che questa è una grande questione maschile, anzi LA questione maschile per eccellenza. Le donne subiscono violenza, e spetta loro riconoscerla, smascherarla, sottrarsi, denunciare, ma sono gli uomini a commetterla. Gli uomini non violenti, gli uomini che amano le donne e che hanno orrore della sopraffazione e della crudeltà che si manifestano in questi atti, devono unirsi alle donne e guidare una grande rivoluzione culturale.

È necessario che si mobilitino le forze della cultura, la scuola, la società civile, la cittadinanza tutta. È fondamentale accrescere in tutti i cittadini, fin dall’infanzia, la consapevolezza che il rispetto fra i generi, il riconoscimento della differenza sessuale e del contributo di ricchezza, di cura, gentilezza, armonia e amore che essa infonde in ogni aspetto della vita umana sono fondamentali.