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Come dice Enrico Letta, ci vuole un cambio di mentalità degli uomini

Cosa c’è di nuovo in questa Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne? Non il tema che affrontiamo, che è strutturale e sfugge a ogni rappresentazione emergenziale, né la sovrabbondanza di volti tumefatti, sangue e lacrime a descrivere la sofferenza delle vittime. Ciò che davvero segna un punto di non ritorno, che mostra la forza straordinaria messa in campo in questi anni dalle donne (e da alcuni uomini) delle associazioni, dei movimenti, delle istituzioni sono gli uomini che prendono la parola sulla violenza maschile. Non come nota a margine al discorso delle donne o come segnale di caloroso sostegno alle volenterose attiviste antiviolenza, nemmeno come paternalistica offerta di protezione. Ma (almeno nei casi migliori) come dichiarazione di impegno che parte da una graduale assunzione pubblica di responsabilità.

L’ha detto anche Enrico Letta: “Tutto deve passare attraverso un cambio di mentalità degli uomini”, uomini di cui ha criticato certi atteggiamenti “vergognosi e negativi” frutto di “retaggi culturali e comportamenti collettivi ancora presenti, e per i quali non basta dire che la legge è uguale per tutti”. E ha aggiunto: “È un battaglia culturale a 360 gradi, una battaglia di lunga lena: il governo su questa partita c’è”.

Dunque i politici prendono la parola, gli intellettuali intervengono in gran numero sui giornali,mentre attori, cantanti, registi, sportivi fanno da testimonial nelle campagne di sensibilizzazione. Intervita ha lanciato la sua, “Contro la violenza sulle donne ci servono altri uomini”: un bel cambiamento da quella di un paio d’anni fa, “Stai zitta, cretina”. Nel Lazio e in Emilia Romagna è invece “NoiNo” il claim che chiama gli uomini al cambiamento: Claudio Bisio, Daniele Silvestri, Cesare Prandelli, Alessandro Gassman sono alcuni dei volti che dai cartelloni chiedono “Impegnati anche tu”.

Qualcuno ha criticato questa campagna: troppo facile dire “noi no”, dividere gli uomini in buoni e cattivi, tirarsi fuori e cancellare così la consapevolezza che è nei modelli di mascolinità, nei “normali” rapporti di potere tra i sessi che si genera la violenza. Ma non si può nascondere il dato positivo degli uomini che fanno la fila per farsi fotografare con i gadget della campagna, che dismettono il ruolo di spettatori passivi, solo vagamente partecipi, per metterci la faccia. Fosse anche solo per salvarla, la faccia; perché provano un disgusto, per quanto ancora scarsamente elaborato, per ciò che lo spettacolo della violenza mette in scena.

Già, perché la violenza sulle donne, come tema d’interesse pubblico, ha rotto ogni argine. In questa giornata non c’è palinsesto televisivo o prima pagina dei quotidiani, non c’è organizzazione della società civile, sindacato, istituzione che non le dedichi uno spazio, facendo a gara per garantirsi un posto in questo particolare giardino dei giusti. Si sono moltiplicati gli appelli, le campagne, gli eventi, gli incontri. E sono sorte anche alcune comprensibili perplessità: non starà diventando una pura operazione di marketing, si chiedeva Lea Melandri alcuni giorni fa sul Corriere della Sera? Il rischio c’è, eccome. Così come evidente è la tendenza a trasformare il femminicidio in una retorica vuota, condita di paternalismo e priva di radici in una solida politica di prevenzione e contrasto che tenga insieme lotta agli stereotipi, promozione della cultura delle donne, sostegno alle vittime, allontanamento, punizione e riabilitazione degli uomini violenti.

Ci sono due modi per andare oltre la retorica. Uno è dare voce al lavoro di analisi prezioso, profondo, sulle dinamiche della violenza maschile, che tante donne (ma anche sempre più uomini) portano avanti ogni giorno, tanto nelle università quanto sul campo, nei centri antiviolenza, nelle associazioni. L’altro è produrre nuovi immaginari, che non imprigionino le donne nel ruolo di vittima e gli uomini in quello di carnefice, ma incomincino a disegnare la società che vogliamo. E poiché questa società è fatta di donne e di uomini, è indispensabile che anche i secondi facciano la loro parte.

La violenza sulle donne è un problema degli uomini: sembrava molto meno ovvio sentirlo dire qualche anno fa. Partire da un “no”, come nella campagna “NoiNo”, è allora forse un primo passo per tanti “sì”: sì a nuovi modelli maschili capaci di relazionarsi in modo non violento con l’alterità, sì alla libertà delle donne, sì a ideali non violenti di convivenza, di amore, di collaborazione tra uomini e donne. Quei sì che le donne già gridano da tempo e che gli uomini, con il ritardo che scontano, devono cominciare almeno a balbettare.