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In Rai più dirigenti donna della media nazionale, ma la strada è ancora lunga

Donne e televisione: il tema, richiamato lo scorso 18 novembre anche dal Presidente della Repubblica (“La tv rappresenti le donne con dignità e sobrietà”, ha ribadito in occasione della IX Conferenza internazionale della comunicazione sociale), è spinoso e complesso, e mi sta molto a cuore. Tanto più da quando siedo nel Consiglio d’amministrazione della Rai (un consiglio composto, peraltro, per la prima volta, da 1/3 di donne, e presieduto da una donna). Mi preme, innanzitutto, sottolineare che bisogna uscire dagli schematismi che hanno spesso confinato il dibattito dentro polemiche e scontri tra opposte fazioni (pro o contro miss Italia, per citare una questione che ha molto impegnato i giornali). Inoltre, parlando di Rai, ma anche degli altri grandi broadcaster e mezzi di comunicazione, il problema non riguarda solo ciò che si vede, ossia la rappresentazione della donna veicolata dai media e il ruolo e le tipologie di donne che nei media appaiono, ma anche il “dietro le quinte”, e in particolare, le possibilità che hanno le donne di lavorare serenamente (senza sacrificare, per esempio, il desiderio di maternità), fare carriera e occupare ruoli di responsabilità.

Alcune cose sono cambiate, rispetto al passato: è importante ricordare che è – doverosamente – sparita la vergognosa “clausola gravidanza” che in anni passati compariva in alcuni contratti tra Rai e collaboratrici a partita iva, di cui i quotidiani si occuparono ampiamente a seguito della denuncia del collettivo di giornalisti “Errori di stampa”; ora le clausole di licenziamento dei contratti sono pienamente in linea con le direttive europee in materia. Ma la strada da percorrere è ancora lunga.

Come in tanti altri settori, le donne in posizioni apicali nella Rai sono ancora una minoranza, sebbene in questo campo, e mi fa piacere sottolinearlo, non siamo affatto “maglia nera”: la percentuale di dirigenti donne all’interno di Rai è attualmente pari al 20,2%. Dunque, al di sopra della media nazionale, che si assesta intorno al 16%  (fonte: rapporto “Le donne al vertice delle imprese: amministratori, top manager e dirigenti”, Cerved Group-Manageritalia, aprile 2012). Ma un quinto sul totale è ancora pochino. Perché il prodotto editoriale e la sensibilità di genere cambino, le donne devono essere presenti in maniera sempre più sostanziosa nei luoghi dove si crea e si decide: è la via più semplice e naturale. A quando una donna alla guida di una delle reti generaliste?

Che fare, dunque, per impattare sia sulla comunicazione che dentro il sistema? Credo sia una questione di forma e di sostanza, cioè di norme, regolamenti, direttive e indirizzi che spingano verso una direzione diversa, puntualmente accompagnate da “buone pratiche” per far sì che alti principi e lodevoli intenzioni non restino lettera morta.

Quanto alla forma, grazie all’impulso decisivo della presidente Anna Maria Tarantola la Rai ha adottato di recente una policy aziendale in materia di genere molto avanzata, che recepisce formalmente le raccomandazioni del Consiglio d’Europa ai media con riferimento alla rappresentazione della figura femminile, all’equilibrio di genere e alla lotta contro la violenza nei confronti delle donne.

Tra i punti salienti, l’impegno a realizzare un’offerta editoriale complessiva di qualità, evitando programmi che possano indurre a una fuorviante rappresentazione dell’immagine femminile, o ingenerare pregiudizi o stereotipi; a evitare ogni forma di volgarità, strumentalizzazione e mercificazione del corpo della donna, nell’ottica del rispetto della dignità umana; a realizzare un report, basato su un monitoraggio periodico (in coerenza con gli obblighi previsti dal Contratto di servizio) sul rispetto delle pari opportunità; a favorire una maggiore presenza delle donne all’interno dei programmi d’informazione e di intrattenimento.

Della scarsità di donne chiamate in veste di “esperte” nei salotti tv ha scritto di recente anche Silvia Ballestra: “Vi stupireste guardando un talk show con ospiti solo donne? – scrive Ballestra – Certo che sì. Ma a un talk solo maschile siamo abituati tutti, e ormai nemmeno ci facciamo caso”. Senza cadere nell’eccesso opposto, potremmo però guardare al Regno Unito e importare una “buona pratica” in uso presso la BBC.

Come sanno gli addetti ai lavori, il database dei contatti delle redazioni dei programmi è un patrimonio prezioso, che permette di costruire tempestivamente scalette di ospiti adatte a ogni evenienza di cronaca. Poiché la scarsa presenza di donne è il prodotto di molti fattori, anche banali, tra cui la concitazione del lavoro e le abitudini consolidate, per cui è più facile richiamare ospiti di sesso maschile già ampiamente rodati, programmi come lo spazio informativo radiofonico mattutino di punta della BBC, “Today”, un gioiello della programmazione, dopo essere stato oggetto di un attacco della stampa per la mancanza di voci femminili tra gli ospiti ha, semplicemente, lavorato per predisporre e consolidare un nutrito database di potenziali ospiti ed esperte di sesso femminile.

Una simile risorsa operativa può facilmente essere condivisa con le redazioni di vari programmi informativi, e non solo. Al tempo stesso, senza bisogno di regolamenti ad hoc (che rischierebbero di appesantire con vincoli formali la libertà editoriale: la prima regola, ovviamente, è e dev’essere di seguire la notizia e trovare l’ospite migliore) gli editor di “Today” hanno adottato la prassi di avere in onda, ogni mezz’ora, una voce femminile; in questo modo, si giunge naturalmente a una sostanziale parità di genere tra le voci ascoltate sulle tre ore di programmazione quotidiana. Insomma, gli inglesi ci insegnano che, se esiste la volontà,  basta davvero poco per mettere in moto un cambiamento. E i grandi cambiamenti cominciano sempre da piccoli passi.