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Giù le mani dalla mia puttana: la Francia e il neoproibizionismo

Touche Pas à Ma Pute“: giù le mani dalla mia puttana. In un dibattito che si riproduce senza grandi variazioni da quasi mezzo secolo tra chi vorrebbe abolire la prostituzione e chi invece vorrebbe legalizzarla, gli uomini che pagano per il sesso prendono la parola. Ed è questa la novità. Succede in Francia, dove un manifesto di 343 bastardi (343 salauds), gruppo di intellettuali guidati dallo scrittore e pubblicitario Frédéric Beigbeder, dà voce alla protesta maschile contro il disegno di legge neo-proibizionista promosso dalla ministra Najat Vallaud-Belkacem.

Il tentativo (certamente in parte riuscito, data la risonanza che ha avuto sulla stampa internazionale) è quello di rendere “rispettabile” la difesa maschile della prostituzione: la celebrazione della libertà sessuale, per donne e uomini, prende il posto dei proclami conservatori cui tanto siamo avvezzi nell’asfittica sfera pubblica italiana. Ma il linguaggio nuovo di Beigbeder e compagni riesce solo in parte a rimuovere l’impressione che siamo di fronte alla riedizione di un’antica resistenza maschile.

Pensiamo al claim della campagna, che vorrebbe richiamare quel “Touche Pas à Mon Pote“, giù le mani dal mio amico, storico slogan dell’organizzazione SOS Racisme (la quale però ha già dichiarato di non approvare la trovata, perché “il diritto degli uomini al sesso a pagamento non è un diritto fondamentale”). Come non notare la diversa semantica di quel “mia” quando si parla della “mia puttana”?

E infatti arriva la replica dello Strass, il sindacato francese delle lavoratrici del sesso: “È abbietto il vostro paternalismo, che non ha niente da invidiare alle abolizioniste che pretendete di combattere, quando proclamate ‘Giù le mani dalla mia puttana’: noi non siamo le puttane di nessuno, tanto meno le vostre”.

Questo, nonostante il manifesto sia percorso da argomenti che inneggiano ai diritti e alle libertà. “Non difendiamo la prostituzione”, dicono i firmatari, “ma la libertà. E quando il parlamento si mette ad emanare norme sulla sessualità, la nostra libertà è in pericolo”. Oggi è la prostituzione, domani sarà la pornografia, poi cos’altro?

Nessuno affermerebbe il diritto alla libertà e alla privacy nel compiere un atto lesivo della libertà di un altro essere umano. Quindi ecco la difesa del “diritto di vendere liberamente le proprie virtù” da parte di chi si prostituisce, in condizioni di non costrizione e di piena volontarietà. Ma volontarietà è lo stesso che libertà? Ed è davvero la stessa la libertà che il cliente chiede per sé e quella che la travailleuse du sexe esercita nel mercato del sesso?

Giustamente la filosofa Élisabeth Badinter critica il progetto di legge proibizionista che “tende sempre a fare delle donne le vittime e degli uomini i colpevoli”, mentre “il sesso a pagamento non è sempre frutto di disperazione o schiavitù”. Ma è importante tenere distinti, nel discorso pubblico, il concetto negativo di non-costrizione da quello di libertà nell’affrontare un tema complesso come quello della prostituzione.

In un’intervista di diversi mesi fa Morgane Merteuil, segretaria dello Strass, affermava che prostituirsi “non è una forma assoluta di emancipazione, ma relativa. Relativa alle condizioni in cui si esercita e si è scelto di farlo”. La questione è quindi esigere diritti per chi fa questo mestiere, che può non essere né peggio né meglio di altri.

Perché parlare di libertà, invece, richiede una riflessione che vada più a fondo del groviglio di nessi che legano il corpo al mercato e al consumo. Non c’è qualcosa come il corpo nudo da una parte e lo Stato dall’altra: il primo dotato di una sessualità libera e naturale, il secondo pronto a comprimere con norme liberticide questo fascio di istinti salutari. C’è invece il corpo che viene plasmato e valorizzato in mille modi nella società dei consumi e ci sono le diseguaglianze di genere che formano i nostri immaginari, i desideri e le vite materiali.

Decostruire alcune formazioni discorsive, disinnescare i nessi che perpetuano le diseguaglianze, sarebbe forse uno sforzo meglio riposto da parte di un cartello di intellettuali. E se l’intento è quello di stringere alleanze con le donne che esercitano la prostituzione, e difenderne le lotte, l’accento da porre è sui loro diritti, non su un presunto diritto del cliente a pagare per il sesso.

Perché altrimenti il rischio è che la difesa sia, ancora una volta, quella di antichi privilegi di nascita. E che più che rievocare lo storico Manifesto delle 343 sgualdrine, promosso da Simone de Beauvoir nel ’71 per il diritto all’aborto, la campagna dei clienti finisca per richiamare gli accorati appelli degli intellettuali a difesa delle case chiuse, contro la legge Merlin.

Lo scriveva Dino Buzzati: “Pensate, voi giovanotti che non avete fatto in tempo a conoscerle: in qualsiasi ora del giorno e della sera, e con spesa ragionevole, poter avere, senza nessuna complicazione né rischio, senza perdita di tempo, poter avere di colpo una ragazza giovanissima, di straordinaria bellezza”. Ma era il 1965.