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Codice Donna, per orientare e assistere chi è in crisi familiare

"Il primo passo è restituire alle donne la consapevolezza di potercela fare anche in quei momenti difficili", dice Simona Napolitani, presidente dell'associazione che dal 1998 si occupa di diritto di famiglia e di consulenza in tema di separazioni, divorzi e affidamenti

Simona Napolitani è la presidente di Codice Donna, un’associazione che dal 1998 si occupa di diritto di famiglia e di consulenza alle donne per orientarle ed assisterle nei momenti di crisi familiare: separazioni, divorzi, affidamento dei figli, modifica delle condizioni di separazione. Il supporto è offerto nell’ambito del diritto civile, penale e del lavoro. Lo zoccolo duro dell’associazione è composto da cinque donne avvocato a cui si affiancano diverse consulenti, le donne che ogni anno si rivolgono a Codice Donna sono circa 250. L’associazione ha uno sportello presso la Casa Internazionale delle Donne, e Simona Napolitani offre consulenza legale anche in un Centro Antiviolenza del Comune di Roma.

Poche sanno che iniziare un percorso di separazione è solo l’inizio di un cammino di consapevolezza di sé e dei propri diritti, poco considerati o del tutto ignorati fino a quel momento, e non solo dal proprio partner. Simona Napolitani, presidente dell’associazione Codice Donna ci inizia a descrivere così le donne che bussano alla loro porta per avere un parere legale e poi per essere assistite in procedimenti civili, penali o di lavoro. “Sono impaurite, inconsapevoli dei propri diritti, calde sotto la coperta della dipendenza da un altro. Le donne hanno molte difficoltà a muoversi correttamente nelle relazioni familiari sia durante il matrimonio sia nei momenti di crisi. Per quanti progressi abbiano fatto all’interno della famiglia restano l’elemento più fragile, ‘l’anello debole’. Statisticamente sono ancora loro ad occuparsi di allevare i figli, della cura della casa, loro a lavorare fuori casa meno dell’uomo, e spesso in nero”.

Facile quindi che sia l’uomo ad essere proiettato all’esterno, nel mondo sociale, e la donna rimane invece confinata “nell’ombra, assorbita dai rapporti di cura, dalla crescita dei figli al sostegno alle famiglie di origine. Questo anche perché in Italia – sottolinea la presidente di Codice Donna – manca uno stato sociale che sostenga il lavoro delle donne all’interno delle pareti domestiche e che, diversamente, dovrebbe essere un onere riconducibile ad entrambi gli elementi della coppia”.

In questo contesto il lavoro della casa, che si somma a quello ordinario, è un fardello che ricade quasi interamente sulle spalle delle donne. “Nel tempo, seguendo moltissimi casi, mi sono convinta che le donne non scelgono questa realtà, crescono in questo stato. Manca loro la consapevolezza del loro essere e delle loro possibilità e capacità. In questo senso credo che diventi solo in un secondo momento una questione di genere, perché è sì un problema delle donne, ma credo sia soprattutto un problema di dignità della persona e di come la nostra società è strutturata”.

Per Codice Donna quindi il primo passo è restituire alle donne – anche nei procedimenti di separazione – forza e consapevolezza di potercela fare. Il primo passo, per Simona Napolitani “è rendersi conto della violenza psicologica subita, qualcosa di molto sottile che si insinua senza che la donna se ne renda conto. Spesso la paragono ad una goccia che cade ogni giorno e che permea la tua volontà e la annulla negli anni. Da questo si ingenera spesso una situazione di disagio e di malessere che la donna non sa neanche bene come riconoscere: a molte infatti le loro situazioni sembrano normali”.

È per questo che, accanto alla consulenza legale, l’associazione ha una rete di sostegno psicologico al quale indirizzare le assistite, che vengono seguite in patrocinio gratuito se impossibilitate a pagare. Nel tempo però la donna rifiorisce, e anche questo è un fatto: “Tagliare la dipendenza è difficile – spiega la presidente dell’associazione – ma ho visto moltissimi casi di persone che hanno recuperato appieno la loro autonomia e si sono fatte più forti, prima di tutto trovando un lavoro e un’indipendenza economica spesso necessaria anche perché l’assegno di mantenimento non viene corrisposto, ed è una piaga sociale fortissima di cui non si è mai fatto carico nessuno”.

Le avvocate dell’associazione sono felici di incontrare le donne che hanno aiutato quando, magari dopo anni, ritornano “e ci raccontano come vivono ora. I legami che si creano tra le donne – ci racconta l’avvocato – sono complessi ma molto forti, perché vanno in profondità: nella sinergia tra la persona che si affida e l’avvocato sono nate nel tempo amicizie bellissime, all’interno delle quali ho visto ‘fiorire’ persone prima stanche e scoraggiate. Chi torna da noi si è affrancata da una violenza psicologica e una pressione continua. Ora quelle donne sanno combattere e vincono le loro battaglie”.

Ma quali sono i reati più frequenti contro le donne? Senz’altro lo stalking e i maltrattamenti, la cui caratteristica è quella della continuità nel tempo. A Roma, sia presso il tribunale civile che presso quello penale, esiste un pool di magistrati specializzati in diritto di famiglia: “Siamo fortunate per questo – sottolinea la presidente di Codice Donna – raramente vengono emessi provvedimenti che possano creare stupore in negativo”.

Le storie che Codice Donna ha affrontato negli anni sono le più diverse. “Ci stiamo occupando ora di una separata con due figli – ci racconta Simona Napolitani – con una malattia degenerativa invalidante che le impedisce gradualmente di camminare e un difetto di udito in seguito al parto. Il figlio maggiore, di 11 anni, è apertamente ribelle alla madre e lei non lo riesce a contenere fisicamente. Il marito convive con una nuova compagna dalla quale ha avuto un altro figlio. La nostra assistita però è stata coraggiosa, ha lasciato la casa coniugale perché piena di scale ma ha comunque deciso di vivere sola con i suoi figli, in affitto, vicino ai suoi genitori. È un caso limite questo, ma lei lotta ogni giorno con coraggio”.

Spesso il nodo è il coraggio di dire di ‘no’: “Ricordo una ragazza molto giovane, incinta e senza lavoro. Era completamente soggiogata alla volontà del padre del bambino, che esercitava in maniera dispotica il suo ruolo di genitore e di compagno. Il primo passo per lei,il più importante, è stato capire che poteva dirgli di no. Ora questa ragazza lavora part time, è in corso la separazione, e suo figlio frequenta serenamente l’asilo nido”.