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Giovane sarta si innamora di un sarto, e porta la moda a Catania. 60 anni fa

Maria Caruso ha studiato da artista e imparato a lavorare da grande artigiana. Dopo aver aperto un suo laboratorio ha fatto conoscere le sue creazioni, pensate per una donna moderna, in tutta Italia. Accanto a nomi come Krizia, Schubert e alle Sorelle Fontana

Un viaggio iniziato nel tempo lontano in cui il concetto di unicità definiva la vera fisionomia della moda. Fra i protagonisti delle pagine di quel meraviglioso passaggio storico, vi è Maria Caruso. Nata nel 1934 a Misterbianco – comune della provincia catanese – Maria trascorse l’infanzia facendosi infatuare dalle materie creative che si studiavano nel collegio che frequentava: “Ero ben predisposta soprattutto al ricamo e al disegno. Scelsi, così, di continuare gli studi in un istituto professionale perché la voglia di apprendere le regole del taglio aveva preso il sopravvento. Per perfezionare la tecnica andai da Tinuzza, una sarta amica di mia madre che mi affidò una serie di abiti tirolesi da rifinire. Osservavo costantemente la realtà con gli occhi attenti e curiosi. Dopo un po’, ho iniziato a lavorare autonomamente. Affascinata dalla moda di Christian Dior, seguita attraverso le pagine della rivista La Donna, ho realizzato i primissimi abiti per mia sorella che, complice il suo fisico da modella, li indossava e li promuoveva fra le amiche entusiaste e desiderose di possederne uno. La gioia che quelle richieste mi procuravano, mi spronava a confezionare abiti a titolo gratuito”.
La moda di Maria Caruso aveva già infranto le rigide regole di settore: “Dopo lo studio minuzioso delle proporzioni anatomiche, svolto per i miei esperimenti di pittura e disegno, ho creato una linea di taglio moderno, diversa dalle fogge e dai canoni tradizionali. Un giorno, infastidita da quel clamore, la sarta del paese, con molti più anni di esperienza rispetto a me, mi propose di organizzare una sfilata di presentazione dei nostri capi. Voleva competere per annientarmi con la sua maestria, affinché nessuno parlasse più bene di me. Così non è stato perché quella presentazione irrobustì ulteriormente i miei consensi. Fu un successo inaspettato, e anche la stampa del tempo diede un consistente risalto all’evento».
Dall’incontro fra Maria Caruso e Francesco Ferrera, nacque un consolidato sodalizio sentimentale e professionale:  “Lo conoscevo da quando faceva il sarto a Catania. Ci siamo sposati nel 1958 e subito dopo abbiamo aperto la sartoria nel centro storico della città etnea. Lavoravamo tantissimo, avevamo una fedelissima clientela, e tante sono state le soddisfazioni professionali. Il Circolo dei maestri sarti, nel 1961, organizzò un evento per la sperimentazione delle nuove fibre promosso dalla Rhodiatoce. Molti sarti da uomo – marciando col paraocchi e mostrando perplessità a riguardo – rinunciarono senza prendere in considerazione che il mondo stava cambiando. Noi, invece, ci siamo voluti mettere in gioco per sperimentare e toccare con mano la contemporaneità. Quell’esperienza ci ha permesso di partecipate a Il Giro della Moda in Italia – progettato da Mary Giacchino e Beppe Modenese per il lancio dei tessuti acrilici e innovativi – accanto a nomi come Krizia, Schubert e Sorelle Fontana”.
Quando le molte tendenze iniziarono a coesistere e a moltiplicarsi, preannunciando il fenomeno del prêt-à-porter, l’atelier Ferrera di Catania aveva già strizzato l’occhio alle nuove esigenze di stile e di mercato: “Nei primissimi anni degli anni Settanta abbiamo aperto una boutique a Taormina ché era tappa per turisti del bel mondo, soprattutto nella stagione estiva, riservando spazio al confezionato. Molti clienti, prima di andare al Casinò o al Festival del Cinema, passavano da noi a ricercare l’abito dall’eleganza più appropriata. Il Corso Umberto era come una passerella. È stato un bel periodo, e si lavorava tanto”.
Oggi, mantenendo sempre vigile l’attenzione sulla moda che ha sempre amato, Maria guarda con occhio un po’severo all’evoluzione del settore: “È un trionfo di brutte copie, e mi dispiace ammetterlo. Stiamo assistendo al tracollo delle idee, del buon gusto, e alla diffusione della massificazione dell’omologazione. Ho sempre lavorato con spirito diverso, riuscendo a vestire tre generazioni di donne. Anche oggi che produciamo soltanto abiti da cerimonia o eleganti da sera, non rinunciamo all’esclusività, al pezzo unico e ricercato, nonostante la crisi che, mordendo anche a noi il collo, ci ha costretto a limitare il personale. Ho sempre creduto al potere dell’artigianato, del talento e della manodopera. Non si può essere stilisti se non si è prima artigiani. Molti ragazzi della moda contemporanea non conoscono la sartoria, purtroppo. Lo spirito del tempo li spinge a correre, ad affannarsi, e a ignorare l’artigianato che è una risorsa italiana da incentivare e promuovere per riprodurre ricchezza e bellezza. Soltanto così il Paese tornerà a regnare sovrano nel mondo”.