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Brigitte Grésy: “Le qualità e le competenze non hanno sesso”

La segretaria generale del Consiglio Superiore dell'Uguaglianza Professionale di Francia nel suo nuovo saggio La vie en rose spiega che il sessismo è un fenomeno collettivo, non individuale, e come tale va contrastato, soprattutto nei suoi aspetti più insidiosi

Perché quando una donna mette rigore e decisione nel dirigere un’impresa, o un giornale o un ministero, viene criticata come troppo dispotica, intransigente, in altre parole come troppo “maschile”? Nessuno oggi mette in dubbio l’obiettivo dell’uguaglianza tra i sessi in tutti gli ambiti della società, mentre si moltiplicano gli studi sui benefici della piena inclusione delle donne nel mercato del lavoro così come in politica, ma gli stereotipi di genere sono duri a morire e, proprio quando sembrano superati, si ripresentano sotto mentite spoglie. La vie en rose è il titolo del nuovo libro di Brigitte Grésy, segretaria generale del Consiglio Superiore dell’Uguaglianza Professionale di Francia.

L’autrice del Breve trattato sul sessismo ordinatio, che esplorava le manifestazioni più banali, scontate, ordinarie e quindi più invisibili della discriminazione di genere, torna a interrogarsi sugli stereotipi che ancora ostacolano le carriere delle donne, le relegano in ruoli subalterni e le fanno spesso dubitare di se stesse e del proprio valore. Anche – ed è questo l’aspetto più insidioso – quando invece sembrano celebrare il loro incedere trionfante nella vita pubblica.

Nel suo libro lei parla di “controstereotipi” che danneggiano le donne, di cosa si tratta?

C’è stata un’evoluzione degli stereotipi, io la descrivo in tre fasi. Siamo passati da un’epoca di stereotipi grossolani come “le donne non sono adatte a lavorare” oppure “le bionde sono stupide”, a una fase di stereotipi più invisibili, manifestati attraverso comportamenti inferiorizzanti del tipo: a una donna non si passa la parola durante una riunione, la si mette in difficoltà quando parla ecc. ma senza attaccarla apertamente, cosicché è lei a mettersi in discussione: “Sono io che non sono abbastanza brava? Cosa faccio di sbagliato?”. Poi siamo arrivati a una terza fase, che è quella dei controstereotipi: stereotipi positivi che celebrano presunte qualità femminili e spingono a utilizzare le donne per quelle qualità. Questo avviene in particolare nelle posizioni dirigenziali. Si parla sempre più di leadership femminile, in termini che valorizzano le doti delle donne come più adatte a governare l’impresa moderne: le capacità di comunicazione, di relazione, di intuito, di empatia…

E in che senso questo è pericoloso?

Questo è pericoloso perché naturalizza delle caratteristiche femminili che in realtà sono una costruzione sociale. Non è più “le donne sono stupide”, ora è “le donne sono formidabili”, ma resta lo stereotipo, che è un’ingiunzione a essere: le donne devono essere, le donne come gruppo. Le donne sono esaltate non per i loro singolari talenti, ma per il plusvalore che producono. E sono in qualche modo obbligate a mettere in scena, teatralizzare le loro presunte capacità. Inoltre l’effetto è quello di reintrodurre una divisione sessuale del lavoro all’interno delle aziende: le donne –  piene di intuito e di doti relazionali – si occuperanno di comunicazione,  risorse umane ecc., mentre agli uomini – più duri, rigorosi, analitici – andranno le funzioni di comando. Ci sono ovviamente donne terribilmente rigorose, così come uomini molto intuitivi, ma gli stereotipi tendono a rinchiudere entrambi i sessi in questi ruoli, esaltandone diverse capacità.

Negli USA Sheryl Sandberg ha lanciato la campagna Ban Bossy, contro quel fenomeno per cui le donne, quando mostrano appunto rigore o durezza, vengono accusate di essere autoritarie, bossy, e troppo spesso per questo fanno un passo indietro. Lei cosa ne pensa?

Il punto è che non sappiamo come deve essere un boss, un capo. Spesso si criticano le donne dicendo che usano il potere “come un uomo”, che significa: non ascoltano, vanno dritte alla decisione ecc. Ma questa è una cattiva concezione di ciò che è un capo. Un leader deve essere in grado di ascoltare, di farsi guidare dall’intuito, di mettere anche rigore nell’azione, di decidere. Detto altrimenti: tra le qualità di un buon leader ci sono quelle connotate al femminile e quelle connotate al maschile, per esempio intuito e rigore, ma bisogna disetichettare queste qualità, desessualizzarle.

Quel che vuole dire è che le qualità e le attitudini non hanno sesso?

Esatto. Le qualità, le attitudini, le competenze non hanno sesso, mentre gli uomini e le donne hanno un sesso. E i comportamenti sono sessuati perché apprendiamo cose diverse fin dall’infanzia, quindi è normale che abbiamo comportamenti differenti. Lo vediamo nel modo in cui bambini e bambine sono educati all’uso del corpo, nel gioco e negli sport, nel modo in cui sono incoraggiati a praticare diverse attività fin da molto piccoli. Naturalmente uomini e donne sono diversi e questo è all’origine del desiderio reciproco, ma la differenza di sesso non influenza le capacità. Oggi si usa dire: uguaglianza nella differenza. Io non capisco cosa vuol dire: come si fa a trovare l’uguaglianza nella differenza sociale? Capisco la differenza sessuale, ma la differenza sociale tra donne e uomini proprio no.

Come dobbiamo intervenire per contrastare questi stereotipi?

Ci sono due livelli secondo me: uno è quello delle politiche pubbliche, l’altro è quello individuale. Politiche pubbliche di lotta contro gli stereotipi possono essere quelle di carattere strutturale come i congedi genitoriali per i padri e l’organizzazione dei tempi nei luoghi di lavoro. Politiche che servono a modificare i ruoli di genere nel lavoro e in famiglia, e quindi influiscono anche sulle rappresentazioni. Poi c’è la lotta contro gli stereotipi stessi, in particolare nei media. Per prima cosa in questo caso bisogna renderli visibili. In Francia l’abbiamo fatto, abbiamo contato il numero di donne invitate come esperte nelle trasmissioni tv o radiofoniche, scoprendo che sono solo il 19%, e poi quante donne presentano i notiziari, quante lavorano come giornaliste. Insomma, una strada importante è lavorare per contrastare l’invisibilità delle donne. Poi c’è la formazione degli insegnanti, l’educazione di genere. Ma bisogna vigilare perché sotto questo cappello possono presentarsi anche approcci che predicano invece la complementarità tra donne e uomini, che poi significa subalternità femminile.

E a livello individuale quali strumenti abbiamo?

Bisogna aumentare la vigilanza personale delle donne. Il livello di tolleranza al sessismo, in Francia come anche in Italia, è ancora molto alto. Credo che le donne debbano diventare più sensibili a questo problema e impegnarsi tutte insieme per promuovere l’uguaglianza. Troppo spesso le donne stesse negano di essere vittime di sessismo, perché riconoscerlo sembra compromettere l’immagine di sé come persone forti e capaci. Bisogna far passare il concetto che il sessismo è un fenomeno collettivo, non individuale, e come tale va contrastato.

Qual è il modello di società che ha in mente, una società in cui le differenze di genere lascino il posto al neutro, né maschile né femminile?

Quello che vedo oggi è che le donne e gli uomini fanno sempre più le stesse cose, salvo che in famiglia, nella cura dei bambini. E più si avvicinano tra loro, più si ha l’impressione che tendano a marcare le differenze, ostentando segni di femminilità e mascolinità come se potessero perdere il proprio sesso. Ma il sesso non si perde! Quella che immagino è una società in cui le donne e gli uomini possano vivere bene insieme, in cui le differenze non siano differenze rigide legate al sesso, ma differenze tra persone. Una società in cui donne e uomini sempre più facciano le stesse cose, e in cui i ruoli siano negoziati all’interno delle coppie, nelle famiglie. Insomma, non uguaglianza nella differenza, ma nelle differenze: differenze tra il singolo uomo e la singola donna, non tra gli uomini e le donne intesi come genere.