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Ars Mediandi: la mediazione familiare, un’arte al femminile

Alessandra Gatto, Paola Inserra e Roberta Savazzi, insieme all'avvocato Andrea Corsini, hanno fondato a Roma un centro dedicato alla risoluzione dei conflitti, in primis quelli che possono crearsi all’interno della famiglia che attraversa una fase critica

Mediare è umano? Di sicuro, spesso, è necessario. La risoluzione dei conflitti è un’arte? Di sicuro, da qualche tempo, è anche un lavoro. Ce lo raccontano Paola Inserra e Roberta Savazzi, che, insieme con l’avvocato Andrea Corsini e la presidente Alessandra Gatto, hanno fondato a Roma “Ars Mediandi”, un centro deputato alla mediazione e alla risoluzione dei conflitti, in particolare quelli che possono crearsi all’interno della famiglia, quando questa attraversa una fase critica.

Com’è nato il progetto di questo centro?

Paola: Il mio è un background giuridico, mi sono occupata di consulenza legale in altro settore, poi ho viaggiato molto all’estero, seguendo mio marito. Tornata a Roma, grazie ad un’amica psicologa, mi sono interessata alla figura emergente del mediatore familiare. È una tematica che mi tocca da vicino, perché ho due figli che, a causa di questi viaggi, si sono dovuti spesso adattare a ricominciare da capo. In certe fasi critiche la mediazione può aiutare molto. Mi sono informata e ho scelto la scuola di Alta Formazione.

Roberta: Anch’io ho un background giuridico. Dopo la nascita del mio primo figlio sono stata molto male e ho preso delle decisioni: ho fatto un master in diritto ed economia dello sport, ho lasciato lo studio legale presso cui lavoravo, e ho deciso di dedicarmi alla famiglia. Quando ho scelto di riprendere in mano la mia carriera, ho scoperto su internet il corso di mediazione familiare, che riuniva i due ambiti che ho sempre frequentato, quello giuridico e quello psicologico. È da quel corso, durante il quale ho conosciuto Paola e Alessandra Gatto, una nostra docente, che è nato il centro Ars Mediandi, attivo dal luglio scorso.

A chi si rivolge la mediazione? Come vi fate conoscere?

R: La mediazione familiare è pensata per le coppie che intendono separarsi, per coppie che attraversano un momento di criticità come strumento preventivo, per chi è già separato da anni ma è ancora in balìa del conflitto. I casi non mediabili sono quelli in cui c’è una situazione di abuso di alcool, di stupefacenti e tutti quei casi in cui i soggetti non sono in condizioni di assumere la piena responsabilità del loro agire.

P: L’invio al nostro centro, per ora, avviene per lo più tramite passaparola. C’è una legge, la 54 del 2006 sull’affido condiviso, che prevede la possibilità che il giudice – di fronte ad una coppia che si presenta per una separazione – possa consigliare alle parti di fare un percorso di mediazione nel miglior interesse della famiglia e dei bambini, ma questa norma purtroppo è ancora poco applicata. Il problema della mediazione è proprio quello della diffusione: la si conosce poco e solo parzialmente, anche perché incontra l’ostruzionismo delle categorie degli avvocati e degli psicologi, ponendosi a metà tra le due professioni. In realtà l’ideale sarebbe lavorare insieme, in sinergia.

Quindi l’ostruzionismo non ha ragione d’essere?

P: Sì, perché è solo nel percorso di formazione che il mediatore si avvicina ai loro campi. Dopodiché non fa il lavoro dell’uno né dell’altro e non toglie loro nulla. Può essere anzi lo stesso mediatore, ad un certo punto, a richiedere la consulenza di un avvocato o di uno psicologo.

R: Oltretutto, la mediazione non viene fatta all’interno dell’ambito giudiziario, ma in uno spazio neutro, e il mediatore si pone in una condizione di assoluta imparzialità, non decide ma assiste la coppia, aiutandola a ritrovare quella comunicazione che è il primo elemento a venir meno quando c’è una conflittualità. Lo scopo è che la coppia rivisiti le emozioni e si adatti ad un modello diverso, nel senso che la coppia coniugale può frantumarsi ma quella genitoriale no, quella deve rimanere. Dunque si tratta di creare un nuovo equilibrio dei ruoli per preservare la genitorialità di entrambi e l’assistenza materiale e morale nei confronti dei figli.

Non può essere un percorso obbligatorio, perché è fondamentale che ci sia la volontà dei soggetti di intraprenderlo, però potrebbe essere un servizio pubblico. Perché il vostro non lo è?

R: Ci sono paesi all’estero dove la mediazione è obbligatoria. In Italia c’è la possibilità di scegliere. A noi piacerebbe che ci fosse l’obbligatorietà di un primo incontro gratuito di informazione su questa opportunità, dopodichè il soggetto può decidere se gli interessa o meno. Ci sono dei servizi pubblici ma molti non funzionano, perché dal tribunale e dalle organizzazioni sociali non vengono fatti gli invii. Il nostro è un servizio privato, che prevede un primo incontro gratuito e un massimo di 10/12 incontri in tutto, con importi differenziati in base al modello Isee.

P: La mediazione familiare è nata come una via alla risoluzione dei conflitti alternativa a quella del tribunale, che è lunga, costosa e in definitiva vede il giudice imporre la propria decisione. Con la mediazione sono le persone coinvolte a prendere le decisioni che ritengono più opportune: il mediatore le aiuta soltanto a sciogliere i nodi della comunicazione e a riprendere le capacità di negoziazione per ristrutturare le relazioni familiari. Operata questa trasformazione, avranno gli strumenti per affrontare in futuro altre criticità. Il percorso di mediazione finisce con un accordo. Se i due membri della coppia intendono proseguire nel percorso di separazione, questo accordo viene omologato dal giudice, sempre che la coppia lo ritenga necessario.

La mediazione riesce sempre?

R: Per come la vedo io sì. Funziona quando, dopo qualche incontro, si osserva la trasformazione nel rapporto tra coniugi o ex coniugi: una maggior partecipazione, un rispetto che prima non c’era, il desiderio di rendere l’altro partecipe. È un fatto di per sé positivo. Di solito, infatti, la coppia arriva arrabbiata, o almeno uno dei due membri lo è. Il primo passo da fare è cercare di dare un certo spazio e sfogo a quella rabbia, che può anche servire al mediatore per capire le dinamiche della coppia e i reali bisogni delle persone, dopodichè non lavorare sul passato ma sull’adesso e sul futuro. Quando la coppia ha capito i rispettivi punti di vista, ha imparato ad ascoltare l’altro attivamente, allora si può lavorare sulle necessità pratiche.

I figli sono parte del percorso?

R: Ci sono diverse filosofie. Noi preferiamo non includere i bambini negli incontri, perché è un discorso che richiama ad una responsabilità genitoriale e non ci sembra necessaria la presenza fisica del figlio nel setting della mediazione, ma certo si lavora per la sua tutela anzitutto.

Sempre più coppie, oggi, provengono da culture diverse e spesso sono di religioni diverse. Come opera la mediazione familiare in questi casi, per preservare nei figli entrambe le radici?

P: L’interculturalità è un fenomeno sempre più attuale e non siamo ancora ben preparati da questo punto di vista. Sono dinamiche delicate,  occorre coltivare un rispetto attivo, nel senso che bisogna fare in modo di aprirsi alla cultura dell’altro, accettare la diversità, e magari creare una nuova cultura che riunisca entrambe.

Non parlate soltanto alle coppie con figli…

R: No. La mediazione è utile in tutti i casi di conflitti interni al nucleo familiare: fratelli che litigano per l’eredità, problemi di gestione di un’impresa a conduzione familiare, problemi tra nonni, figli e nipoti, coppie con o senza figli invischiate nel meccanismo del conflitto, per lotte di potere o perché non vogliono accettare che il rapporto è finito e continuano a mantenerlo in vita soltanto tramite i litigi, preferendo rimanere rivali piuttosto che perdere il dominio dell’altro. Coppie sposate e coppie di fatto. Famiglie in cui il figlio, una volta cresciuto, vuole modificare gli accordi presi per lui dai genitori anni prima. Questo e altro. La famiglia attraversa dei cicli di vita – il matrimonio, la nascita del primo figlio, l’adolescenza, la vecchiaia, il distacco dai figli – in corrispondenza dei quali si possono verificare degli squilibri, magari perché la coppia non riesce ad adattarsi alla nuova situazione, ad accettare il tempo che passa, a formare un nuovo nucleo familiare laddove non c’è stato il necessario distacco dalla famiglia di origine.

Di quali altri generi di mediazione vi occupate?

R: Di mediazione sportiva, interculturale, civile  e commerciale. Ma la mediazione è una modalità che andrebbe applicata a molti altri ambiti. Alcuni Comuni hanno attivato dei progetti che prevedono la figura del mediatore scolastico, che intercede tra direzione scolastica, allievi, genitori e insegnati. Può esserci l’intervento sul caso specifico, quale il bullismo o l’integrazione di bambini stranieri, ma si dovrebbe anche insegnare la mediazione ai bambini piccoli per predisporli a non avere paura di trovarsi in situazioni di criticità o di dolore e offrire loro gli strumenti per risolvere il conflitto o superare la crisi o accettare quel dolore che, non elaborato, si annida dentro e può fare molto male.

P: Il conflitto non andrebbe visto come qualcosa che divide ma come un’opportunità di poter trasformare una relazione. Se  ti metti nei miei panni puoi capire, dietro la mia rabbia, che tipo di paura o di bisogno c’è, e allora il conflitto sarà costruttivo perché cercherà una soluzione nella direzione giusta per entrambi. Poter dare un’impronta positiva alle questioni tra genitori e figli significa evitare conseguenze negative nel determinarsi della personalità dei figli e nelle loro relazioni sociali. Proteggendo il sistema famiglia proteggiamo il sociale, perché i figli di oggi saranno i genitori di domani.