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Quando le modelle non sono più bambole e diventano protagoniste

Il fotografo di moda Nick Knight ha realizzato un magazine in cui finalmente le modelle si raccontano o si lasciano raccontare da chi ha lavorato con loro. Il progetto le fa uscire dalla vetrina e entra nelle loro vite, nei loro gusti, nelle loro esistenze

Tutte hanno dato il corpo alla moda. Ora anche la voce.

Ecco l’idea chiave della web serie Subjective, ideata e prodotta da SHOWstudio, web-magazine di moda e progetto di ricerca e analisi dell’universo fashion fondato dal fotografo Nick Knight. Ispirato dagli scatti che uno dopo l’altro hanno contribuito all’immaginario estetico attuale, Knight ha voluto raccontare la fotografia di moda contemporanea dal punto di vista delle donne immortalate.Trasformate così da oggetti fotografici, in soggetti narrativi.

Nonostante, infatti, i loro volti iconici – si legge sul sito del progetto video – le modelle restano spesso parte silente dell’industria fashion. Il loro ruolo nella creazione dell’iconografia è sottovalutato, considerato come marginale, puramente visivo. Come se, solo con il corpo, non collaborassero al progetto creativo, non ne facessero parte, subissero, in un certo senso, le visioni altrui. Eppure sono parte attiva del percorso narrativo, significano qualcosa o, comunque, hanno vissuto durante lo scatto, spesso provocatorio, emozioni, sensazioni, esperienze da raccontare. Nick Knight, allora, dialoga con loro, restituendo a ciascuna la parola – mai perduta, solo nascosta. Le 12 interviste nascono così: come un’opera di ascolto, quasi un ringraziamento del fotografo alle muse incontrate per strada.

Il primo video, pubblicato lo scorso Maggio, riguarda lei, l’unica Kate del Regno Unito – come molti l’hanno definita con una stoccatina alla Middleton – : Mrs Moss. Mentre parla a Knight della foto scattata da Corinne Day per le copertina di The Face, nel 1990, quando aveva 16 anni, si racconta così: come un capro espiatorio magnifico. La sua magrezza, infatti, oltre a renderla regina indiscussa dello stile heroin chic – così secca da sembrare eroinomane – è stata usata, spiega, per sdoganare il tema. Rilassata, con bicchiere di vino in mano, Kate Moss sembra perennemente in hangover – post serata alcolica -: grandi occhiali, voce rauca, gesti lenti. E ripercorrendo foto e video provocatori della carriera, ammette che all’inizio non si rendeva conto di quello che stava per fare: incidere in maniera determinante sull’estetica contemporanea.

Lily Cole, invece, viene da un altro pianeta. Capelli raccolti, tazza di tè, modi delicati. Racconta della foto controversa scattata per il calendario Pirelli da Terry Richardson, nella quale affiora dall’acqua distesa e nuda. Non sembra vera, nemmeno viva: una ragazza come una bambola – anche Knight la definisce così – eterea e finta. Oltre a discutere della storia che lo scatto suggerisce – diversa a seconda degli occhi di chi la guarda – Lily Cole racconta il proprio modo di relazionarsi allo scatto. Come se interpretasse un ruolo, facesse parte di una storia animata.

Protagonista, invece, della campagna Dior Addicted del 2004 è Liberty Rose. Un corpo quasi bionico, luminoso, innaturale e sensuale. «Ricordo – racconta – che John Galliano voleva esattamente quel tipo di blu e di giallo». Oggi sembra una signora elegante, niente a che vedere con le altre due.

Insomma: soggetti, con un profilo, una storia professionale, con la propria visione e interpretazione della moda. Ecco il senso di Subjective. Perché, come spiegano gli animatori di SHOWstudio, per capire la creatività bisogna indagarne i processi profondi, conoscerne i protagonisti. Anche se – come capita in alcune delle interviste – non sempre hanno qualcosa di nuovo da dire.