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Daniela Ducato e la sua Casa Verde CO2.0, il principale polo per la bioedilizia in Italia

Oltre 500 prodotti certificati a Km 0 o a Km scambiato, tutti ricavati da "eccedenze" come lana, latte, miele, gusci, vinacce, sabbia e perfino i cumuli di alghe, così l'imprenditrice sarda ha ideato e coordina una filiera di oltre 70 realtà produttive

C’è una Sardegna meno conosciuta di quella un po’ dicotomica che viene rappresentata nei media, che raccontano in maniera un po’ folkloristica di una isola meravigliosa con richiami ancestrali fortissimi oppure si soffermano solo sulle difficoltà economiche, con le (poche) industrie in fallimento, le campagne che si svuotano, il tasso di disoccupazione ancora più elevato di quello già drammatico del resto d’Italia.

È una Sardegna legata all’innovazione, al rispetto e alla valorizzazione del territorio e delle sue risorse, e a una economia collaborativa che ha dato vita al principale polo per la bioedilizia in Italia, La Casa Verde CO2.0. E tutto questo, ancora una volta per sfatare i luoghi comuni, grazie a una leadership femminile visionaria e carismatica.

“Io mi definisco una ‘contadina dell’edilizia’, perché osservo la Natura con uno sguardo ammirato ma molto concreto” racconta Daniela Ducato, l’imprenditrice che, partendo dalla sua azienda, ha ideato e coordina una filiera di oltre 70 realtà produttive. “Ammirato perché basta osservare la perfezione di un nido di uccello per vedere quale incredibile equilibrio ci sia nell’utilizzo di materiali come terra, piume, lana e paglia assemblate in modo da creare un ambiente perfetto per la schiusa delle uova e la cura dei piccoli, il ciclo biologico della trasformazione della vita. Concreto perché anche io cerco di usare queste ‘abbondanze’ che si trovano in natura e di ottimizzare il loro utilizzo copiando da quello che mi circonda”.

È molto affascinante immaginare che materie di scarto delle lavorazioni, anche se a Daniela non piace la parola scarto e preferisce chiamarle “eccedenze”, come lana, latte, miele, gusci, vinacce, sabbia e perfino i cumuli di alghe che si trovano sulle spiagge possano diventare prodotti ecologici per l’edilizia, l’aereonautica e l’impiantistica industriale. Oltre 500 prodotti certificati e tutti a Km 0 o a Km scambiato, ovvero utilizzando per le consegne i camion di rientro dal trasporto di altri materiali all’interno della stessa filiera, le cui aziende sono distribuite non solo in Sardegna ma anche sul resto della penisola. E tutto ispirandosi alla natura, che non spreca, non genera rifiuti e utilizza quanto basta, niente di più. Oltre ai materiali, il polo produttivo mette a patrimonio comune anche le competenze e la ricerca scientifica. E garantisce la tracciabilità e la sostenibilità di tutti i processi.

“Per ogni nostro prodotto è possibile sapere cosa contiene, da dove vengono le materie prime che lo compongono e quale processo di trasformazione hanno subito. Non è giusto che i consumatori paghino per l’inquinamento che le aziende producono, magari dopo aver ottenuto finanziamenti pubblici per prodotti ‘ecologici’. Se l’utilizzo fatto del denaro pubblico non è etico, l’azienda non può entrare a far parte del nostro polo. E in ogni caso preferiamo sempre realtà che possano camminare con le proprie gambe, che non abbiano bisogno di sovvenzioni”.

Pur partendo dalla Sardegna ed essendo fortemente radicato nel territorio, per Daniela Ducato il concetto di ecologia, di economia e di etica raggiunge orizzonti molto più ampi.
“L’architettura è l’attività umana con il più alto impatto ambientale. Non solo, il petrolchimico – la risorsa di più utilizzata in edilizia – è la prima causa al mondo di guerre, sfruttamento e povertà. Anche quella che noi chiamiamo green economy è spesso fatta di materiali naturali ma che sfruttano risorse, sottraggono spazio all’agricoltura per uso alimentare nelle diverse parti del mondo e sono ottenuti abusando dei diritti delle persone: soprattutto delle donne, la cui manodopera viene pagata sempre molto meno di quella degli uomini”.

Nonostante il progetto sia nato poco più di 6 anni fa, Casa Verde ha già ottenuto diversi riconoscimenti nazionali e internazionali, e Daniela ne ha ricevuti altrettanti: Miglior innovatrice italiana, Premio mimosa d’oro, Sodalitas Social Award promosso dall’Unione Europea e il Premio come Miglior innovatrice europea.

“La Casa Verde CO2.0 è una realtà che genera posti di lavoro, con prodotti italiani al 100% che in qualche modo raccontano anche la nostra storia, il nostro tessuto relazionale. L’economia del denaro deve viaggiare insieme a quella delle competenze, dei saperi. Produrre una vernice con vinaccia di Nero d’Avola non vuol dire solo recuperare il rifiuto di un’azienda vinicola, che comunque avrebbe il suo costo di smaltimento. Io sono una imprenditrice non una “prenditrice” e riconoscere l’anima dei luoghi, restituire un senso agli oggetti è il valore sociale che mi impegno a rendere ogni giorno alla rete di persone e alla enorme ricchezza di biodiversità che mi circondano”.