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Alice Valenti laureata in Conservazione dei Beni Culturali dipinge carretti siciliani

Sfogliando un vecchio libro scoprì che suo nonno, falegname, costruiva carretti. Sempre meno insolito il ritorno all'artigianato per i nostri giovani, Alice fa rivivere una tradizione complessa

C’era una volta il carretto siciliano: nato per trasportare merci, usato per le fuitine degli innamorati, per le funzioni quotidiane, per le gite di Pasqua al mare e i per riti religiosi legati al santo patrono. Alice Valenti, dopo essersi laureata a Pisa in Conservazione dei Beni culturali, ha scelto di tornare a Catania per coltivare la sua vera passione: la pittura. Sfogliando casualmente un vecchio libro dedicato ai carretti siciliani, scoprì che suo nonno, falegname a Scordia, fu altresì costruttore del prezioso mezzo.

Curiosa, come solo i veri artisti sanno essere, Alice ha chiesto al padre di accompagnarla a conoscere Domenico DiMauro: il decoratore delle opere realizzate dal nonno. «Sono entrata nella bottega artistica del maestro ad Aci Sant’Antonio e sono stata folgorata dalla situazione ancestrale e dalla fantasmagoria cromatica dei carretti. Ho chiesto di poter restare a guardare. Ho iniziato a fare i ricalchi e a sbozzare le figure e, dopo aver raggiunto un buon livello, ho aperto un laboratorio a Catania. Ispirandomi volutamente agli elementi decorativi assorbiti in bottega, ho mixato e reinterpretato, appassionandomi all’arte popolare, all’opera dei pupi e ai cantastorie, esponendo le mie creazioni e partecipando a rassegne come “That’s Sicily”: il progetto che raggruppa i souvenir d’autore realizzati dai una serie di artisti siciliani».

Quello di Alice non è soltanto un lavoro, è una gioia, un divertimento, un processo di sperimentazione artistica che – sempre fedele agli indelebili segni della Sicilia – si colloca armonioso su mobili, oggetti d’uso-comune e quadri: “Sono riuscita anche ad apportare i motivi del carretto su una Vespa e su un’Ape Piaggio”.

La richiesta più insolita?

È arrivata da una ragazza svizzera che si è fatta dipingere la testa del paladino Orlando, con elmo e i pennacchi rigorosamente inclusi, sul copriruota della sua jeep rossa.

La saga del carretto può dirsi conclusa?

Probabilmente sì. Negli anni successivi, soppiantato dall’evoluzione del motore, è diventato un oggetto di culto per gli appassionati.  Il carretto, oltre a una lavorazione costosissima, ha un linguaggio severamente codificato: non si può inventare o azzardare o improvvisare; chi ne ordina uno vuole esattamente tutto ciò che la tradizione ha tramandato. Pur essendomi dedicata ad altre espressioni, non rinnego il passato perché il carretto è stato un’esperienza importante della mia formazione.

La mano è la vera forza in un’epoca in cui tutto è impalpabile e digitale?

Nel 2000, quando ho scelto di fare l’artigiano, non tutti erano entusiasti della mia scelta perché sembrava una via secondaria; col passare del tempola mia abilità è stata sempre più apprezzata perché portavo avanti una storia – importante per la Sicilia – complessa, meticolosa, non facile da realizzare. La manualità è fondamentale perché consente di dare forma alle proprie idee.

Un po’ come tutti gli artisti nati alle pendici dell’Etna, anche tu per un attimo hai lasciato la tua terra per poi tornarci rendendole omaggio.

Fuggire nel momento della formazione è fondamentale perché in quella fase delicata si ha l’esigenza di allargare i propri orizzonti. A un certo punto, però, si avverte un richiamo fortissimo, tale da comprendere il valore e la bellezza dei tuoi luoghi. Anche la fuga è un passaggio fondamentale ché permette di irrobustirsi per tornare a casa più forti e continuare ad andare avanti.