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Alessia Montani e Anna Caridi, ripartire da due per rilanciare il made in Italy

Amiche che hanno creato un marchio che connette piccoli imprenditori e artisti. Titolari di uno spazio a due passi da Piazza Navona, una terra di mezzo tra hub, galleria e studio di architettura. L'idea è quella di vendere artigianalità e unicità italiane nel mondo

Convinciamocene: l’imprenditoria può fare ottimo mecenatismo. Certo, sono finiti i tempi dei papi editori e di vitto e alloggio gratis per Pico della Mirandola a casa d’Este. Certo, il circolo degli artisti è solo un locale sulla via Casilina a Roma e non più un novero con dentro Michelangelo e Pinturicchio. Tuttavia, siamo italiani: bravissimi a inventare, ancor più bravi a reinventare.

Se gli intellettuali guardano ancora gli imprenditori come marmaglia da Billionaire, il legame stretto e avvincente di economia e cultura è molto ben innaffiato in altri giardini.

Due signore che di questa cura hanno fatto un lavoro, trasversale e raffinato, sono Alessia Montani e Anna Caridi, rispettivamente avvocato e architetto.

Da sempre appassionate di bellezza e prosperità (più nello specifico, di Italia, gastronomia, arte contemporanea e architettura), hanno creato un marchio, M’ama.art che connette imprenditori (li definiscono “ambasciatori culturali dell’Italia nel mondo”) e artisti.

Ingredienti non secondari: essere amiche e titolari dello spazio Le Cinque Lune, una terra di mezzo tra hub, galleria e studio di architettura, a pochi passi da Piazza Navona, ventricolo della “Grande Bellezza”.

Attraverso M’ama.art, che inizialmente si concentrava soprattutto su nutrizione e agricoltura, Alessia e Anna fanno due cose complementari: veicolano selezionatissime produzioni aziendali (rigorosamente made in Italy) e ne affidano la veste estetica a artisti e artigiani. Un modo interessante per declinare il concetto di mecenatismo imprenditoriale, allacciandolo all’esigenza di avvicinare il pubblico all’arte contemporanea, concretizzandola in spazi e ambiti nuovi, lasciandone tuttavia intatta l’unicità – che dai tempi di Andy Warhol sembrava spacciata.

L’obiettivo non è confezionare nel modo più attraente possibile un prodotto, bensì ampliarne l’uso, donargli una dimensione evocativa, spingerlo fuori dalla serialità industriale e renderlo il racconto di una tradizione o di una singola suggestione.

E’ il packaging, bellezza? Anche, ma in minima parte.

Così una bottiglia di vino, una marmellata, una scarpa diventano tutte modelle, muse di pittori, scultori, stilisti e designer che cercano il modo di rappresentarne l’essenza.

Facciamo un esempio: Alessia e Anna scoprono un ottimo produttore di olio. Mettiamo che si chiami Ugo. Lo contattano e lo affiancano a un artista del loro portfolio, cui affidano l’ideazione di etichetta e bottiglie. Ne viene fuori un prodotto che continua a chiamarsi Ugo, ma che, sotto il marchio M’ama.art, viene immesso in un circuito più vasto di quello agro-alimenatare e viene valorizzato e pensato come sintesi di diversi beni culturali.

Bisogna essere donne per fare accostamenti coraggiosi? Non per forza, ma diciamo che alle donne la cosa viene bene (altrimenti come avrebbe fatto Demi Moore a sposare Ashton Kutcher?).

M’ama.art, dunque, porta il rischio dell’arte (rigorosamente contemporanea e italiana) a tavola, nella manifattura, nella viticultura e persino nella profumeria (metti una designer, un’avvocatessa e un’artista – in questo caso la grandissima Chicca Margaroli – a cena e non avrai solo un concistoro di professioniste, ma anche boccette di Ricordati di fiorire.

Sebbene di Piazza delle Cinque Lune e dei suoi dintorni si potrebbe non averne mai abbastanza, Anna e Alessia non stanno ferme: se gli imprenditori sono ambasciatori della cultura, loro sono ambasciatrici degli imprenditori.

Hanno portato M’ama.art e le sue collezioni in giro per il mondo (più di recente: Salone Internazionale del Mobile di Milano 2014; The Italian Dream di Portocervo).

M’ama.art è però anche solidale, impegnata in diversi progetti benefici, volti soprattutto alla tutela dei diritti femminili in paesi in via di sviluppo. Il più importante di questi è ancora in fieri, ma promette grandi risultati: nell’aria ci sono un accordo con le università turche e italiane per il finanziamento della ricerca sulle malattie femminili e una campagna per la diffusione della telemedicina in paesi con forti carenze medico-sanitarie. L’idea è nata dalla collaborazione, ormai navigata, di M’ama.art con l’avvocatessa turca Lale Cander e la sua associazione Alpha Woman, che lavora per l’emancipazione femminile nei paesi più arretrati (e che per adesso le due socie romane promuovono, ma ancora non sostengono economicamente: lo faranno non appena i termini e i contorni dei nuovi progetti saranno definiti).

Accanto ad Alessia e Anna, lavora anche un affiatato team di giovani architetti: Pietro Ciccarone, Eleonora Carapellotti, Stefania Pacifici.

Il lavoro è tanto, il coraggio pure: la bellezza italiana è funzionale a entrambi.