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Carla Pagani: da Como a Bangui sono le donne a portare la speranza

"Siamo noi la connessione tra i bambini e l'uomo", dice la manager e mamma (di tre figli) che è volontaria della cooperazione e fondatrice di Amici per il Centrafrica Onlus, da 14 anni in prima linea per aiutare uno dei paesi più poveri del mondo

Carla Pagani è una di quelle donne difficili da racchiudere in una definizione, una che quando la ascolti ti fa venir subito voglia di conoscerla meglio perché ha la capacità di trascinarti direttamente nelle storie di cui è protagonista.

Carla è una manager, a Villa d’Este (Cernobbio) dirige un team di dodici donne che marcia a ritmo serrato. È una mamma, ha tre figli grandi, tirati su in gran parte da sola dopo che suo marito è scomparso prematuramente nel 1995. Ed è una volontaria della cooperazione, fondatrice di una associazione (Amici per il Centrafrica Onlus) che da 14 anni si impegna per aiutare uno dei paesi più poveri al mondo.

Da pochi giorni è tornata da una missione a Bangui che ha portato, nel paese stravolto dal conflitto, un aereo della Farnesina con il contributo di aiuti umanitari italiani arrivati in gran parte da Amici per il Centrafrica, e da altre associazioni (tra cui Amici per l’Africa, Nico i frutti del Chicco, Maniverso) e destinati a missioni, ospedali, scuole.

La immaginiamo di corsa inseguire le sue quotidiane responsabilità: “A volte  el mie collaboratrici scherzando mi chiedono se mi drogo per riuscire a fare tutto”, ironizza, ma il segreto si capisce che sta altrove, in qualche parola ricorrente nella nostra chiacchierata: un lavoro in rete, una trama tessuta da parole come “speranza”, “fiducia”, “incontro”.

Com’è iniziata la sua avventura in questo paese?

Tutto è cominciato per caso nel 2000, grazie a una mia zia suora missionaria, che mi ha fatto da seconda mamma, e che sono andata a trovare insieme a mia figlia diciassettenne. Lì qualcosa è cambiato: da un lato mi sono resa conto della situazione drammatica in quel mondo così diverso dal mio; dall’altro, mi ha colpito l’effetto che tutto questo ha avuto anche su mia figlia, Sara. Quest’esperienza la fatta maturare, crescere, l’ha trasformata in una donna.

Nasceva l’idea dell’associazione

Sì. Mentre ero lì ho dovuto fare i conti con il fatto che non possedevo un’esperienza specifica: cresciuta in una famiglia di tradizione contadina, avevo smesso di studiare a quindici anni per lavorare e mi sono trovata di fronte a quella realtà in cui non ero né un medico né un’ostetrica, in cui potevo solo assistere o contribuire a quello che serviva nell’immediato. Mi è accaduto anche di trovarmi una bambina morta fra le braccia. E anche lì qualcosa è cambiato, che c’è stata forse la spinta più forte per decidermi a fare qualcosa. Poi è venuto l’ammonimento di quella zia nel salutarmi: “Quando siete qui dite tutti che volete fare qualcosa, poi tornate in Italia e vi dimenticate di noi”.

Cosa è scattato in lei?

Una molla, qualcosa che neanche io conosco. Essendo credente posso dire che è stata la fede, ma c’è molto di più. Infatti l’associazione è nata laica, è aperta a tutti, ed è bello lavorare con questo tipo di approccio. Così ho messo insieme la mia professionalità, le mie competenze e i contatti consapevole che servisse una struttura organizzata per creare un’associazione che ora ha sedi sparse in tanti posti d’Italia.

Ma come ha fatto a fare tutto?

Se ci credi inizi e poi vai avanti: è un ritmo contagioso. Mi sono resa conto che tutto dipende da un incontro, dalla gente con cui ti relazioni, da qualcosa che hai dentro e se hai l’interesse tutto viene da sé.

Ma quando le cose si fanno difficili? Non si può dire che lei abbia avuto una vita facile…

Ho pensato molto poco a me stessa: anche di fronte alla malattia che mi hanno diagnoticato, un carcinoma che ha comportato l’asportazione di un rene e tre operazioni in tre anni. Dovrei essermi già fermata, invece in venti giorni mi sono ritrovata attiva. E sorpresa anch’io da me stessa.

Ha trovato anche un modo per convivere con questo dolore?

Stavo male da tempo, lo sentivo. Ma sentivo anche che avrò il tempo per riposare. Come se fosse una delle tante cose che possono arrivare nella vita, ero sicura che sarei stata capace di affrontare anche questo. Ci vuole determinazione e sicurezza, non ci si può rassegnare. E poi nella vita ho fatto già talmente tante cose che mi sento quasi serena.

C’è quella che lei chiama serenità ma poi c’è la vita “normale”, non si può non chiedersi come ha fatto ad andare avanti.

Serve tirar fuori i talenti che ognuno ha dentro di noi con determinazione, io sono così sin da giovane. Mi ero posta degli obiettivi, venivo da una famiglia povera, mi dicevo “voglio lavorare e aprire la mia casa a tutti”. Da qui è venuto tutto il resto.

Ha dovuto anche superare la perdita di suo marito ancora giovane.

Quando mi hanno detto che mio marito aveva solo tre mesi di vita è stato davvero difficile per me: ho vissuto una settimana tragica, tormentata dal come dirlo ai ragazzi, come se tenendo la notizia dentro di me potesse essere non vera. Lo sconforto ha prevalso anche in altri momenti, è capitato con certi progetti pensati per aiutare i bambini che poi non siamo riusciti a far decollare. Ma si deve reagire, la risposta è sempre quella: fede, fiducia e l’idea che se ce l’ho fatta io anche gli altri possono farcela.

Ecco Carla, fiducia in ogni momento, anche quando si trova davanti “mamme che bussano alla porta in cerca di aiuto e non sanno cosa dare da mangiare ai loro bambini” o quando dà lavoro a persone in difficoltà arrivate da paesi lontani fino al suo ufficio. Perché qui come laggìù, insiste, il lavoro di pace e riconciliazione che dobbiamo fare passa per le donne: “Sono loro la connessione tra i bambini e l’uomo ed è grazie alle donne che la speranza si può alimentare”.
Scorre così il racconto di Carla Pagani, con una semplicità che ti fa sembrare facile una vita che non le ha risparmiato niente. E le si dice ancora commossa quando rilegge la lettera che il figlio scrisse per segnalarla – anni fa a sua insaputa – al premio per l’Eccellenza Manageritalia. Che naturalmente le è stato assegnato.