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Chiara Vigo, “Maestro di bisso” da oltre venti generazioni

Nei suoi lavori arte e artigianato si mescolano creando opere di tessitura e ricamo esposte in musei prestigiosi come il Louvre, il British Museum e il Museo Nazionale di Washington. E ha scoperto il modo di togliere la seta dal mollusco che la produce senza ucciderlo

A maggio, quando le correnti in questo lembo del Mediterraneo sono ormai tiepide e i fanghi del fondale si ammorbidiscono, Chiara Vigo si immerge nelle acque dell’isola di Sant’Antioco, a Sud della Sardegna, e taglia i filamenti secreti dal mollusco bivalve più grande del Mediterraneo: la Pinna nobilis.

Nell’arco di due lune la fibra viene dissalata, cambiando l’acqua ogni 3 ore, passata in una pozione di 14 alghe, sbiondata con il limone, cardata con le mani e infine lavorata con un fuso di legno di oleandro fino ad ottenere il bisso, filato tra i più rari e preziosi del mondo tessile.

I primi a scoprirne la bellezza furono i fenici. La tradizione vuole che manufatti leggendari come il Vello d’oro di Giasone, le vesti del re Salomone e della regina Ecuba, i bracciali di Nefertari e il copricapo di Keope, siano stati realizzati con questa ‘seta di mare’. E dopo quelle, anche le vesti di papi e di regnanti di tutta Europa.

“Il bisso non si compra e non si vende” dice Chiara Vigo – Maist’e Pannu, ovvero Maestro di tessuto, nel dialetto tabarchino che si parla nell’isola. “Appartiene al mondo e nessun Maestro di bisso può arrogarsi il diritto di lucrare sulla propria arte”.

Chiara preferisce l’appellativo al maschile, Maestro, secondo la tradizione rinascimentale. E considera il suo percorso una specie di vocazione, con tanto di rito di iniziazione, tramandatale da sua nonna, dopo oltre 20 generazioni di Maestri che si sono succeduti nella sua famiglia.

Nei suoi lavori arte e artigianato si mescolano in un processo creativo che ha prodotto opere di tessitura e ricamo esposte in musei prestigiosi come il Louvre, il British Museum e il Museo Nazionale di Washington, oltre che nel Museo del bisso di Sant’Antioco, dove lei stessa vive.

“Nel Giuramento dell’acqua è espressa la volontà di utilizzare questa sapienza a beneficio di tutti non per l’arricchimento personale. Io ho sempre rifiutato di vendere le mie opere. Sento profondamente il bisogno di donare ciò che a me è stato donato. È la mia missione”.

Le sue opere sono soprattutto arazzi e tappeti che riprendono i temi visivi della tradizione: uccelli, pavoni, leoni e conchiglie. Lavorati con un telaio antichissimo in legno, testimoniano l’esistenza di una cultura fatta di regole e norme non scritte, di cui Chiara Vigo è l’ultima depositaria.

“Ho solennemente promesso al mare e a mia nonna che avrei preservato quest’arte, della quale io sono solo uno strumento, così quando mi sono accorta che l’ecosistema stava cambiando e la Pinna nobilis stava scomparendo ho studiato il modo di estrarre l’animale senza ucciderlo. Questo è possibile solo a maggio, quando i fondali sono più morbidi e posso estrarlo, tagliarne la seta e rimetterlo a dimora. In un mese riesco a fare un centinaio di immersioni fino a 13 metri di profondità per raccogliere 3 etti di filamento grezzo, che diventano 18 metri di filo ritorto. Questa quantità è stata sufficiente per realizzare la Natività che ho donato al Museo Pigorini di Roma, mentre per altre opere ho impiegato anche 4 anni.”

Migliaia di persone vanno a visitare il suo Museo-laboratorio a Sant’Antioco, e accademici paleografi ed epigrafisti di tutto il mondo chiedono di conoscere e studiare la sua arte, che nel 2005 è stata dichiarata dall’Unesco ‘Patrimonio Immateriale dell’Umanità’. Dal 2008 Chiara è anche Cavaliere della Repubblica Italiana.
“Il bisso è studio, sacrificio e determinazione. Trasmetterò la mia arte quando troverò qualcuno disposto a sottoporsi al giuramento del mare e a vivere di offerte. Potrebbe anche essere che io non trovi nessun erede, ma il bisso non morirà con me. Così come succede nella natura per le forze chimiche e fisiche, le forze spirituali hanno necessità di manifestarsi nell’arte. E un giorno, in un altro tempo e forse in un altro luogo, l’arte del bisso potrà rinascere”.