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Oltre la questione dell’utero in affitto, la storia di una coppia di Cremona

Si può essere favorevoli o contrari alla maternità surrogata. Ma pretendere di imporre la legge italiana a bambini nati all'estero è ridicolo, ingiusto e, nella pratica, insostenibile

Quando il Tribunale di Milano ha assolto, alla fine di febbraio, una coppia di Cremona che era ricorsa alla maternità surrogata all’estero, s’è subito scatenato un dibattito sulla “genitorialità a tutti i costi”, “i minori che ci rimettono” e “l’utero in affitto”. A bocce ferme, però, si può ragionare su una questione forse ancora più pressante: ossia il diritto da parte delle autorità italiana di intervenire davanti a casi di bambini nati all’estero con metodi non riconosciuti nel nostro paese – e, soprattutto, di portare via un figlio ai genitori in quanto “concepito nel modo sbagliato”.

Partiamo dai fatti, ché la faccenda è complessa e delicata. Nel novembre del 2013 le autorità lombarde hanno deciso di togliere il bambino, come misura cautelare, a una coppia originaria di Cremona che era ricorsa a una clinica ucraina per avere un figlio attraverso maternità surrogata (il cosiddetto “utero in affitto”): tutto era partito dalla segnalazione di un addetto dell’anagrafe, dove il bimbo era stato registrato, che aveva notato come la madre non avesse mai avuto il pancione. Test del Dna inoltre avevano dimostrato che la donna non era la madre biologica.

Risultato? I giudici hanno deciso di togliere il piccolo – che nel frattempo aveva compiuto più di un anno e dunque, è lecito supporre, era affezionato ai genitori – e metterlo in una comunità protetta in attesa del processo, fissato per il 14 gennaio. Il 27 febbraio, infine, è arrivata la sentenza: la coppia è innocente. Il fatto non costituisce reato, perché i due anno agito in conformità alla legge locale dell’Ucraina. La maternità surrogata è legale in Ucraina, così come lo è negli Stati Uniti, ma non lo è in Italia e nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale, con l’eccezione della Spagna.

A quel punto s’è sviluppato un dibattito sull’“utero in affitto”, termine peraltro un po’ vago, visto che è utilizzato per descrivere diverse tecniche di riproduzione assistita (per esempio i genitori forniscono ovulo e seme, che poi si sviluppa nell’utero di un’altra donna, oppure si può ricorrere a una fecondazione eterologa, in cui l’ovulo e/o il seme provengono da un donatore esterno, che a sua volta può coincidere o non coincidere con la donna che ospita il feto nel suo utero).

Per lo più, i toni sono stati di condanna. È un atto di «egoismo spaventoso», sostiene il filosofo Giovanni Reale, «in cui prevale l’amore acquisitivo, con la pretesa di avere tutto ciò che si vuole, sull’amore donativo, che invece mette in primo piano l’interesse del generato e non quello dell’aspirante genitore». Su Avvenire lo psicanalista Giancarlo Ricci ha fatto notare che «comprare un figlio non rende madre» e paragonato la maternità surrogata alla cancellazione dei ruoli genitoriali. Tempi ha dedicato un approfondimento alle tesi di Sylviane Agacinski, la filosofa francese, laica e femminista, secondo cui la maternità surrogata costituisce una forma di schiavitù femminile, dal momento che riduce la donna strumento riproduttivo.

Ora, sulle sopracitate tesi la si può pensare un po’ come si vuole. Insomma, si può essere favorevoli o contrari alla maternità surrogata (nelle sue varie declinazioni, eterologa o meno) e al fatto che resti illegale in Italia. Tuttavia la vicenda dei coniugi di Cremona solleva anche altre questioni, che finora sono rimaste relativamente inosservate. Per esempio: quali sono i limiti da porre alle autorità, quando si tratta di sottrarre i figli, sia pure temporaneamente, a dei genitori? Inoltre: quali sono i limiti delle autorità italiane, davanti al concepimento di figli, nati all’estero da genitori italiani, in base alle leggi di paesi stranieri che sono molto diverse dal nostro ordinamento?

Per quel che riguarda la prima questione, ossia i limiti entro i quali è accettabile togliere un figlio a una coppia in attesa di un processo, c’è da chiedersi se la faccenda non sia stata gestita, per quanto senza dubbio con le migliori intenzioni, in maniera un po’ troppo disinvolta. Per un bimbo piccolo essere allontanato dalla madre – adottiva o naturale, “vera” o “presunta”, insomma dalla donna che quel bimbo riconosce come mamma – è un evento estremamente traumatico. A volte, purtroppo, è necessario, eppure si tratta di una misura cui si dovrebbe ricorrere soltanto in extrema ratio. Davvero il caso di un bambino, nato con metodi controversi ma di cui non sono note particolari condizioni di disagio, era da considerarsi “estremo”? Inoltre, è accettabile che, salvi gravi rischi per l’incolumità del piccolo, una misura tanto drastica possa essere utilizzata in funzione cautelare, prima del processo?

La sentenza, va ricordato, ha riconosciuto la coppia di Cremona non colpevole. Comunque la si pensi sull’aspetto etico, per la legge i coniugi non hanno fatto nulla di male, eppure loro – e soprattutto il loro piccolo – hanno pagato un prezzo altissimo.

Veniamo poi alle seconda questione, ossia il ruolo delle autorità italiane davanti ai bambini nati e/o concepiti all’estero con metodi riconosciuti dalle leggi locali, ma non da quelle italiane.

Mettendola giù brutalmente: qui si rischia di aprire un vaso di Pandora. Se fosse passato il principio secondo cui la magistratura italiana ha il diritto di sanzionare le coppie (o addirittura sottrarre loro la prole) che hanno avuto figli all’estero con mezzi non riconosciuti in Italia allora si rischia un clima pericoloso.

Il ragionamento è: se ti possono togliere i figli perché nati, concepiti e/o adottati all’estero in modalità non conformi alla legge italiana, allora si possono portare via i figli ai genitori single e alle coppie gay che hanno adottato all’estero, a chi è ricorso alla fecondazione eterologa, a chi è ricorso alla fecondazione assistita senza fare coppia fissa, insomma, a un sacco di gente.

S’è parlato e scritto della diffusione del “turismo riproduttivo”, per cui coppie sterili italiane vanno ad avere figli dove le leggi sono più morbide. È probabile che chi ha criticato la sentenza d’innocenza desideri fermare questo fenomeno.

In un mondo globalizzato, però, la questione legale non riguarda soltanto il “turismo riproduttivo”. Mettiamo che Mario e Maria Rossi si trasferiscano in America, che lì abbiano un figlio da madre surrogata, per giunta con fecondazione eterologa, e che poi ritornino in Italia quando il bimbo ha dieci anni: cosa vogliamo fare, portare via il figlio anche a loro?

Si tratta, ovviamente, di un caso estremo, che però mette in luce la paradossalità della vicenda. Nel bene o nel male, la legge italiana in materia di figli è piuttosto severa. Non si tratta di decidere se questo è giusto o sbagliato, ma di rendersi conto che viviamo in un mondo in cui molti italiani vivono, lavorano e fanno figli in paesi che hanno normative e sensibilità molto diverse su questi temi.

Chi lo desidera, può battersi affinché la maternità surrogata, la procreazione assistita, le adozioni gay e quant’altro restino illegali in Italia. Ma pretendere di imporre la legge italiana a bambini nati all’estero è ridicolo, ingiusto e, nella pratica, insostenibile.