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Le mamme non sono una categoria a parte: fatevene una ragione

Perché sentiamo il bisogno di discutere di “mamme tecnologiche”? Perché parlare delle “mamme social” come se fossero un'entità separata dalla generazione ultra-social cui appartengono?

Le mamme di oggi sono molto tecnologiche, vanno su Google per documentarsi sui trattamenti anti-pidocchi, creano su Facebook gruppi per i consigli di classe e si aggiornano in tempo reale sui compiti con WhatsApp. Qualcuna fa anche il live tweet dalla sala parto. Lo racconta ad AdnKronos Salute Tonino Cantelmi, docente di psicologia dello sviluppo alla Lumsa. Dopo avere studiato per anni i nativi digitali, il professore è giunto alla conclusione che anche le loro mamme sono iper-connesse.

Ora, prima che archiviate la notizia alla voce “scoperta dell’acqua calda” o sotto l’hashtag #sapevatelo, forse è il caso di soffermarci un po’ sul sottotesto.

Ovviamente, se le mamme dei bambini piccoli, cioè quelle che si preoccupano dei pidocchi, sono iper-connesse, non è perché sono mamme, ma perché sono, beh, giovani. E come qualsiasi altro individuo sotto-una-certà-età, anche loro passano l’esistenza attaccate a smartphone e tablet. Di mamme millennial, cioè nate dopo il 1980, ormai sono pieni asili e scuole elementari, persino in Italia, dove i figli si fanno notoriamente tardi.

Ma allora, se che i millennial sono la generazione più iper-connessa di sempre ormai lo sanno tutti, perché sentiamo il bisogno di discutere di “mamme tecnologiche”? Perché parlare delle “mamme social” come se fossero un’entità separata dalla generazione ultra-social cui appartengono?

Una spiegazione potrebbe essere: perché le mamme non sono esseri umani. Beh, non esseri umani proprio come tutti gli altri.

La “mamma” è sempre qualcosa di altro. Un mondo a parte. Sembra quasi che il solo fatto di avere partorito un figlio – fatto piuttosto frequente, peraltro, tra gli individui di sesso femminile – ponga una donna al di fuori dal consesso comune, trasformandola in un archetipo, una categoria protetta.

Succede un po’ ovunque, del resto non bisogna avere letto Jung per sapere che la mamma è il primo archetipo con cui veniamo a contatto. Ma il fenomeno assume proporzioni sconcertanti in Italia, dove la cultura mammo-centrica è, com’è noto, dominante. Ah, la mamma è la cosa più bella del mondo. Appunto, una cosa.

Non solo. Vivere nel paese del “la mamma è la cosa più bella del mondo” ha una serie di controindicazioni. La nostra è una cultura doppiamente mammo-centrica, nel senso che tutto ruota intorno alla mamma (con buona pace della funzione paterna, che pure sarebbe una gran bella cosa, e forse pure un antidoto al bamboccionesimo diffuso), e che, cosa forse ancor peggiore, si presuppone che la vita di una donna ruoti tutta intorno al suo essere mamma.

In questa cultura doppiamente mammo-centrica, dove la mamma è al contempo una funzione totalizzante e la cosa più bella del mondo, che cosa succede quando una mamma è una donna, non un ideale astratto? Non una cosa, né tanto meno una cosa perfetta, ma un individuo, con tutti i limiti e le peculiarità che sono propri degli individui? Bisogna correggerla. La mamma non è soltanto una priorità, è una questione pubblica, un affare di stato, un modello di perfezione da difendere a tutti i costi, anche, se non soprattutto, a discapito delle mamme-individuo, che sono reali.

Basti pensare al polverone che si alza ogni volta che c’è da bacchettare qualche mamma imperfetta, o meglio percepita come tale. Qualche esempio? Quando Belen Rodriguez è stata fotografata mentre comprava del latte, orrore!, artificiale per il suo bimbo, è intervenuta niente meno che la Società italiana di pediatria preventiva e sociale. Qualcuno si ricorderà, poi, della levate di scudi contro Tata Lucia, quando ha consigliato a una mamma di lasciare un po’ piangere il suo bambino.

La sua colpa? Avere proposto un esempio di genitorialità, velatamente anglosassone, che non prevede il martirio della madre, ma in compenso prevede la responsabilizzazione del figlio. Chissà, le due cose potrebbero essere collegate… La stessa Tata Lucia infatti aveva controbattuto: “Ricordo un neuropsichiatra, non italiano, che diceva sempre di aver curato moltissimi bambini che avevano dormito nel letto dei genitori, ma nessuno che avesse dormito in camera sua”.

Le mamme sono sempre Martiri o Medee, da osannare in quanto ideale astratto e coprire di rimproveri, fossero anche preventivi. E, soprattutto, da controllare. Così alcuni corsi pre-parto negli ospedali (non tutti, certo!) e gli incontri con alcuni pediatri un po’ talebani si trasformano in sessioni in cui s’impartiscono ordini e direttive con piglio militaresco su ogni singolo aspetto della maternità, inclusi la logistica del cambio-pannolino o la marca dei liofilizzati per le pappe. Non ci sono scelte, soltanto doveri. È quello che la giornalista americana Gayle Tzemach Lemmon definisce “infantilizzazione delle madri”, quasi che le donne non siano “abbastanza adulte da decidere”.

Le mamme, insomma, non sono considerate individui. Sono cose meravigliose da proteggere, sono bambine da prendere per mano e guidare, che hanno bisogno di un pediatra o di un puericultore per prendere le decisioni più quotidiane.

Che poi, se sanno usare un computer, giustamente uno si stupisce un po’.