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Le imprenditrici di moda etica pronte a rilanciare il Sud

Manualità artigianale e tessuti ecologici. Nell'Italia merdionale fioriscono piccole imprese che affondano le radici nella tradizione e si pongono come avanguardia di uno stile etico contemporaneo

Sono gli innovatori della moda etica che, coniugando in maniera intelligente il concetto di stile, da qualche anno stanno cambiando il lifestyle contemporaneo. Prima ancora delle recenti campagne a impatto zero, è stata la moda a suonare il piffero rivoluzionario attraverso piccole ma grandi scelte che imbastiscono sincronie con il mood vegano di Stella McCartney, la salvaguardia climatica professata da Vivienne Westwood, e la predisposizione ai tessuti biologici di Katherine Hamnett.

La moda, dunque, continua a farsi etica, dirottando sempre più il suo valore esclusivamente verso produzioni che – senza svilire e umiliare l’estetica sulla quale il settore in questione ha forgiato il suo potere – prediligono la manualità artigianale e l’utilizzo di materiali ecologici e naturali. Parole d’ordine? Artigianato, riciclo, tessuti a km0, e reinserimento sociale.

È nel sud dell’Italia, il luogo dove la coesistenza fra contrasti si fa armonia, che si è irrobustito nuovamente il valore del fatto a mano. Passato e presente, tradizione e innovazione, nei piccoli laboratori-bottega nati anche per l’esigenza di offrire qualità e valori ambientali sostenibili.

Il neo-artigianato etico fa riferimento agli insegnamenti tramandati da epoche lontane. Lavora al telaio medioevale Mirella Leone, che nella sua Tiriolo – cittadina in provincia di Catanzaro – da quasi venticinque anni realizza i “vancàli”: i pregiati scialli calabresi dalle brillanti sfumature cromatiche. Con intuito strategico, terminati gli studi, Mirella ha scelto di crearsi il lavoro riprendendo in mano quell’arte che stava sprofondando nel dimenticatoio.

Nascono così anche le guide, le coperte e i tovagliati impreziositi da minuziose rifiniture sartoriali, creati sempre nel rispetto massimo della tradizione artigianale che impone in casi specifici anche l’utilizzo di antiche matasse estrapolate dalla pianta di ginestra rigorosamente calabra.

Le trame e gli orditi sono i punti di forza anche di Cangiari, l’azienda di moda eco-etica – nata dal gruppo cooperativo Goel, che lavora con i beni confiscati alla mafia – attiva nella realizzazione dell’alta sartoria prodotta con tessuti biologici e naturali (secondo lo standard del Global Organic Textile Standard) lavorati accuratamente al telaio a mano con tecniche di matrice grecanica e bizantina.

La moda Cangiari, interamente realizzata in Calabria, nasce dai dettami passati che si intrecciano alla tutela dell’equità, della partecipazione, del bene comune, della legalità, dell’ecologia e della nonviolenza.

Da Scilla a Cariddi, dove in Sicilia l’anima del tessile prende vita anche tra gli aranceti. “Orange Fiber” è un filato di sottoprodotti vegetali, ideato dalla designer catanese Adriana Santanocito. Lo scarto delle arance diventerà un rivoluzionario tessuto eco-friendly, all’insegna del riciclo e del rispetto delle materie prime. Nato come argomento di una tesi di laurea, il progetto imprenditoriale – in collaborazione con il Politecnico di Milano – oltre all’ideatrice coinvolge la co-founder Enrica Arena e un team di advisor e addetti ai lavori che uniscono virtualmente Catania e Milano per costruire il primissimo stabilimento di produzione e commercio del vitaminico tessuto sostenibile.

È il potere narrativo dell’artigianato siciliano a impossessarsi anche della missione progettuale di Irene Ferrara. La stilista, grazie a una collaborazione con alcune realtà manifatturiere della sua terra, produce e vende – nel suo store capitolino, “Spazioif”, gestito dalla sorella Carla – creazioni che valorizzano l’arte nobile della Sicilia. Stiliste dietro le sbarre, quelle che operano per una “seconda opportunità”.

È un’ironica esplosione cromatica che rinvigorisce i manufatti e gli accessori confezionati dalle detenute del carcere di Borgo San Nicola a Lecce e del carcere di Trani, nel rispetto del percorso formativo in vista di un definitivo reinserimento nella società lavorativa e civile. Made in Carcere – il marchio nato nel 2007 grazie all’entusiasmo di Luciana Delle Donne, fondatrice della cooperativa sociale “Officina Creativa” – è anche un manifesto ambientale: i materiali e i tessuti impiegati nella realizzazione della collezione, infatti, sono esclusivamente di riciclo, provenienti da alcune importanti aziende italiane. Must have del brand? La famigerata shopper bag, divenuta in brevissimo tempo simbolo incontrastato di sviluppo sostenibile. Saranno questi i crismi della moda che verrà? Si spera. In fondo, a dispetto delle ciniche leggende che rimbalzano ossessivamente, lo scopo della moda è l’evoluzione.