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Fine anno: quanto sono vecchie le classifiche dell’uomo bianco

Alle donne non basta eccellere in qualche categoria, noi dobbiamo aver fatto qualcosa di incredibile o impensabile per entrare nelle classifiche. Forse è ora di ribellarsi ai criteri di selezione

Le classifiche sono soprattutto un gioco, ma in fondo sappiamo che quelle dei personaggi dell’anno riflettono un’aspirazione collettiva. Il mondo ha appena finito di piangere Nelson Mandela, un essere umano che avrebbe stravinto in qualunque graduatoria di eccellenza. Eppure, frugando fra le varie categorie per vedere come se la cavano le donne, mi pare di non trovare quello che sto cercando.
Fra gli imprenditori miliardari più giovani del 2013 secondo Forbes, per dirne una, la differenza salta all’occhio: i maschi sono facce vecchie e nuove della cultura delle start-up, che saltano agilmente da un’idea all’altra in piccoli gruppi che portano ancora l’impronta delle confraternite universitarie. Le femmine, invece (e la maggioranza sono di origine cinese) sono ereditiere: giovani donne che si trovano al timone di una grande azienda perché figlie o nipoti di un fondatore di successo. In Italia, fra le persone più ricche del 2013 l’unica donna è Miuccia Prada, il che fra l’altro dice poco della quantità reale di imprenditrici e progettiste che muovono il mondo della moda, dell’architettura, del design. Le donne se la cavano molto meglio – almeno secondo la classifica di Business Insider – nella ricerca scientifica, dove pionierismo e lavoro di squadra le affiancano con grande agio ai colleghi maschi. Dalla seconda metà degli anni Duemila, la rivista Time ha scelto di costruire le sue liste di personaggi secondo la definizione di POY (Person of the Year), ammirevole nella sua aspirazione alla neutralità, anche se la prima persona “eccellente” della gallery di quest’anno è, beh, Jay-Z. Nella classifica dei lettori di Billboard, i primi posti sono tutti delle donne – Lady Gaga, Miley Cyrus, Beyoncé – e l’interpretazione positiva che se ne può dare (poiché le donne nel pop sono popolarissime da almeno cinquant’anni) è che oggi queste musiciste hanno la firma sul proprio conto in banca. Ma il modello di successo non cambia.
Poi ci sono, naturalmente, le inossidabili copie femminili del potere maschile – come Hillary Clinton – e i modelli che faticano a replicarsi – come Oprah Winfrey. Scarseggiano, invece, quelli che chiamerei “gli universali”: quella sorta di neutro meraviglioso che riesce a trascendere genere, colore della pelle, mestiere, religione e nazionalità, o a racchiuderne molteplici; quello che abbiamo intravisto nella narrazione di Obama della propria identità, o nello zen orientale che ha elevato Steve Jobs. Anche quando ci sono, gli universali, sono sempre maschi.
Per ora, almeno nella sfera pubblica, le regole sono ancora quelle dell’uomo bianco, e al divario culturale e di genere non si sfugge. La maggior parte delle donne più ammirate del mondo, quando non lo sono soltanto perché incarnano un canone transitorio di bellezza, lo sono per meriti decisamente di reazione: per essere sopravvissute al cancro, alla lapidazione, allo stupro, alla mutilazione sessuale, perché compiono gesta eroiche contro il carcere, la discriminazione, la povertà, l’analfabetismo – per il loro lavoro di riparazione dove il mondo distrugge. E quando invece sono bianche o non disagiate, entrano in classifica per essere diventate attrici di successo o manager di grandi aziende e contemporaneamente – prodigio – anche madri, mogli e magari benefattrici.
Che sia Malala, la ragazza che abbiamo guardato con più ammirazione nel 2013, dovrebbe dirci molto – su chi sono le supereroine dei nostri tempi, e perché. A un uomo (bianco) per essere eroe basta vincere una partita importante, o condurre onestamente un’azienda di successo. Le donne, invece, sembrano entrare in classifica dopo aver sconfitto draghi e camminato sulle braci. Ma se a metterle in questa posizione è stata la legge del più forte, c’è da chiedersi se abbia ancora senso inseguirla per mettersi in pari. Un mondo di conquista verticale sta in piedi soltanto se le risorse sono illimitate, e oggi sappiamo molto bene che non lo sono, e che dove lo sembrano, è perché qualcuno si è preso quelle degli altri.
Sogno di vedere in classifica una donna universale che faccia dire indifferentemente, a un bambino come a una bambina, “voglio essere così anch’io”. Per ora, questa universalità simbolica sembra riuscire soltanto alle artiste: da Patti Smith a Marina Abramovic, non c’è niente di stupefacente per un uomo averle come modello e ispirazione. Il palcoscenico, di per sé, incoraggia da sempre la trascendenza di generi e identità. Ma è anche vero che il palcoscenico si incontra poco a scuola, e temo che il premio Nobel Alice Munro, autrice assoluta e universale, sia ancora troppo poco letta dagli uomini.
Le mie donne dell’anno sono narratrici digitali, dirigenti atipiche, attiviste 2.0, persone di frontiera che hanno investito nella start-up di se stesse, e indirettamente, di tutte noi. E le mie persone dell’anno, in generale, sono uomini e donne che solo cinque anni fa sarebbero stati ai margini della cultura mainstream e oggi danno un nuovo significato al termine “influente”. Persone che stanno trasformando attivamente la nostra cultura, che sono adatte a comprendere le nuove sfide etiche, la condivisione orizzontale, e la gestione di risorse limitate: il senso profondo del tempo che stiamo vivendo. Autorevoli senza gareggiare, quando tocca a loro interpretano l’idea di leadership senza replicare modelli già visti. E le donne che ammiro, e che di rado trovo nelle classifiche di fine anno, sono la dimostrazione che un mondo di ruoli meno obbligatori può liberare anche gli uomini. Queste donne esistono nella realtà, e il loro tempo è arrivato. Anche loro, in un certo senso, sono ereditiere: della lunga e faticosa strada che tante hanno percorso perché ciascuna di noi trovasse la propria voce mentre il mondo parlava un’altra lingua.