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Separarsi all’Avvento si è rivelata una svolta. Destinazione Cuba

Se di norma il periodo nel quale si concentrano separazioni, divorzi e lasciamenti, coincide con le festività natalizie, un motivo ci sarà. In ogni caso basta correre più in fretta del fuso orario e trovare nuovi amici

I Natali più insieme che abbia mai trascorso sono quelli da quando sono sola, nel senso spajata. Per quei meccanismi ancora non codificati da un algoritmo ma ben certificati nelle statistiche dei mollati, di norma il periodo nel quale si concentrano separazioni, divorzi e lasciamenti di sorta, coincide con le festività natalizie (seguono quelle pasquali). Dunque quella che aveva tutte le caratteristiche per rivelarsi la madre delle mazzate, cioè la separazione durante l’Avvento, si rivelò in realtà la svolta.

Dopo un mese di piagnistei e auto fustigazioni optai per la mossa della disperazione (che se ci sono i viaggi della speranza ci sono ancor più questi altri): parto. Da sola. Cioè con un gruppo di sconosciuti ma da sola. Dove vado? Dove non sembri Natale, tanto per cominciare, dove faccia caldo, siano atei e non arrivi il tg1. Fu così che l’Havana dispiegò proprietà terapeutiche inaspettate: intanto già a ventiquattr’ore dall’atterraggio al posto della boccetta di Rescue Remedy pasteggiavo col mojito e posso assicurare che la prospettiva vista da un bicchiere è senz’altro migliore di quella osservata da una boccetta.

Poi ci fu il fatto che con me viaggiavano diciannove sconosciuti che ancora oggi sono una delle migliori compagnie che mi sentirei di consigliare a chiunque. E c’è che mentre cammini, ovunque, invece di sentire Capezzone al telegiornale senti Guantanamera per strada. Il che in certi frangenti fa la differenza.

Al punto che quando tornai e mi riappalesai ai miei familiari, un giorno alcune amiche di mia sorella si riunirono a casa sua e mentre una si lamentava variamente di sventure maritali, l’altra disse

“Senti, secondo me dovresti andare in erboristeria, farti dare qualcosa”

A quel punto si avvicinò mia nipote, anni 8, e disse

“Senti secondo me dovresti andare a Cuba”

E lei “Perché tesoro cosa c’è a Cuba?”

“Ah non lo so ma a mia zia ha fatto benissimo”

Il primo essendo stato sfangato in questo modo, decisi di confermare l’andazzo per i Natali successivi. In ogni posto, inoltre, qualcuno del gruppo della situazione – e ogni volta ho viaggiato con partecipanti diversi e nuovi – si è sempre premurato di tirarsi dietro dall’Italia un pandoro. Particolarmente apprezzato fu quello che Silva estrasse in piena Etiopia da uno zainetto, completamente acciaccato fino a sembrare un panforte.

Ed è così che, da qualche anno, dal mio pranzo del 25 essendo definitivamente estinta la lasagna in brodo di nonna e mamma, mi è capitato di mangiare ‘njera in Dancalia e vermi caramellati e carne di coccodrillo nell’Omo river ma mai come in questi anni mi sono sentita “a casa”. Ovunque fossi. E mai come da quando me ne sono allontanata ho riprovato persino nostalgia, del Natale. Che, sia chiaro, resta l’allarme Defcon uno (Attacco in corso) per chiunque abbia ingaggiato dolenti battaglie con il proprio stato civile.

Ma alla fine, quando hai fatto pace con te stesso, è probabile che tu sia pronto per farla persino con il Natale. Dunque Auguri. Auguri a tutti. Anche quest’anno nel quale mi sento pronta a riaffrontare la festaiola orgia qui. Con l’opportuno indennizzo della lasagna in brodo.